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A cura di Bruno Silvestrini
Amicizia
Le vere amicizie richiedono tempo. Esse sono difficili da trovare e faticose da mantenere. Ogni genitore sa quanto sia cruciale la scelta degli amici per ogni bambino. Le amicizie infantili rivelano ai genitori quale strada i loro figli stiano prendendo. Esse sono importanti, perché i buoni amici ti aiutano a progredire, mentre i cattivi amici ti fanno retrocedere. Ma è altrettanto importante, come esempio per i figli, che essi sappiano chi sono i nostri amici.
I buoni amici fanno crescere, ma ciò deve valere anche nel senso che siate voi i buoni amici, che fanno crescere gli altri. L'essenza dell'amicizia sta nell'acquisire il punto di vista degli amici, il che equivale a prendere sul serio la vita degli altri non per il nostro, ma per il loro interesse. Nelle migliori amicizie possiamo intravedere il paradigma morale di ogni relazione umana nella sua forma più pura. L'amicizia è qualcosa di più della mera conoscenza ed esige un'attenzione maggiore del semplice affetto. Di solito sorge da interessi vicendevoli e da scopi comuni, e questi sono rafforzati da impulsi benevoli che crescono in seguito. I tratti dell'amicizia, cioè la sincerità, la trasparenza, l'accettazione tanto della critica quanto dell'ammirazione o della lode, la disponibilità, l'assistenza fino al punto del sacrificio personale, costituiscono altrettanti motivi di incoraggiamento alla maturazione e anche all'elevazione morale. Niente influisce di più sulla vita di un bambino che la forza morale di un esempio.
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Autorità
La tradizionale domanda di fondo intorno alle fonti di autorità della conoscenza corrisponde proprio alla tradizionale questione di fondo della filosofia dello Stato, come essa fu edificata da Platone:
"Chi deve governare?" Le risposte tradizionali erano: "i migliori" oppure "i più saggi" ma anche altre risposte in apparenza libertarie, come "il popolo" o "la maggioranza". Le risposte rimangono invischiate nella autoritaria formulazione della domanda. Essa spinge ad alternative stupide del tipo: "chi deve governare i capitalisti o i lavoratori?" (Questa domanda è analoga alla questione gnoseologica: qual è la fonte ultima della nostra conoscenza? L'intelletto o la percezione sensoriale?). La domanda "chi deve governare?" è palesemente posta in maniera sbagliata, e le risposte che essa provoca sono autoritarie. Potrebbe avere una formulazione diversa e più modesta: "cosa possiamo fare per organizzare le nostre istituzioni politiche in modo tale che governanti cattivi e inetti (che naturalmente cerchiamo di evitare, ma ciò nonostante possiamo avere con grande facilità) arrechino danni il più possibile lievi?". La democrazia ci permette di liberarci senza spargimenti di sangue di governanti cattivi.
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Coraggio
Compiendo azioni giuste diventiamo giusti, azioni temperanti, temperanti, azioni coraggiose coraggiosi. (Aristotele; Etica Nicomachea).
Una persona coraggiosa non è quella che non ha mai paura. Questa sembra piuttosto una persona imprudente e sconsiderata e rappresenta un pericolo più che un aiuto in una situazione di emergenza.
Il coraggio consiste nel sapere ciò che davvero dobbiamo temere. (Platone)
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Conoscenza
Gnoseologia: l'indagine e la dottrina filosofica relativa al problema della conoscenza cioè della verifica delle forme e dei limiti dell'attività conoscitiva umana. La conoscenza è ricerca della verità, non è ricerca di certezza. Errare è umano: tutte le conoscenze umane sono fallibili e perciò incerte. Ne consegue l'obbligo di distinguere nettamente tra verità e certezza. Che errare sia umano significa che dobbiamo sempre lottare contro l'errore, ma nemmeno operando con la massima meticolosità potremo mai essere del tutto sicuri di non avere commesso uno sbaglio. Che cos'è la verità? Kant nella sua opera principale "Critica della ragion pura", rifiuta di fornire una risposta più diffusa di quella secondo cui la verità sarebbe: "accordo della conoscenza col suo oggetto".
Secondo K. Popper: "Una teoria o una preposizione è vera quando lo stato di cose descritto dalla teoria concorda con la realtà". E anche: " Ogni asserzione formulata univocamente o è vera o è falsa; e se è falsa, allora è vera la sua negazione". Se si è chiamati davanti alla corte come testimoni, viene ingiunto di dire la verità. Le asserzioni devono cioè concordare con i fatti, non devono essere influenzate dalle proprie convinzioni soggettive né da quelle di altri uomini. Se l'asserzione non concorda con i fatti, allora o si è mentito o ci si è sbagliati, a meno che non si affermi che la verità è quanto viene accettato e propagandato dalla società, dalla maggioranza, dal mio gruppo di interesse o forse dalla televisione. Per la dottrina e la prassi giuridica la formula: "in caso di dubbio l'imputato è assolto".
Quello che i giudici devono fare, è giudicare se il caso che hanno davanti è un caso dubbio o meno. La verità è qualcosa di oggettivo, la certezza qualcosa di soggettivo. Quando ad un processo i giurati giungono ad un accordo "convenzione" questo si chiama "verdetto". La convenzione è ben lungi dall'essere arbitraria. E' dovere di ogni giurato tentare di trovare la verità obiettiva, secondo la migliore conoscenza e coscienza. Ma al tempo stesso egli deve essere consapevole della propria fallibilità, della propria incertezza. E nel caso di un ragionevole dubbio nel rinvenimento della verità egli dovrà pronunciarsi a favore dell'imputato.
"I do not believe in belief" - non credo nella credenza. Credo che la verità oggettiva sia un valore, dunque un valore etico e la malvagità sia il massimo non - valore.
La scienza è un'attività critica. Noi verifichiamo criticamente le nostre ipotesi. Le critichiamo per trovare gli errori, nella speranza di eliminarli e di avvicinarci così maggiormente alla verità.
Consideriamo una nuova ipotesi ad esempio sia migliore di un'altra, quando soddisfa tre esigenze: in primo luogo la nuova ipotesi deve spiegare tutte quelle cose che la vecchia non ha spiegato con successo. In secondo luogo deve evitare almeno alcuni degli errori della vecchia ipotesi. Il terzo luogo deve spiegare possibilmente cose che la vecchia ipotesi non poteva spiegare o prevedere. Tutti i grandi scienziati della natura furono di una grande modestia intellettuale;
Newton disse: "Non so come appaio al mondo. A me stesso appaio come un bambino che gioca sulla spiaggia. Mi diverto a raccogliere qua e la un ciottolo più liscio degli altri o una conchiglia più graziosa, mentre il grande oceano della verità si stende inesplorato dinnanzi a me".
Einstein chiamò la sua teoria della relatività: "mosca effimera". Tutti i grandi scienziati avevano ben chiaro che ogni soluzione di un problema scientifico solleva molti nuovi problemi irrisolti. La ricerca scientifica è il metodo migliore per illuminarci circa il nostro non sapere. Nella nostra infinita ignoranza siamo tutti uguali.
Quando formuli un'asserzione, devi anche giustificarla. E questo significa che devi essere in grado di rispondere alle seguenti domande: Dove hai saputo ciò? Su quali fonti poggia la tua asserzione? Quali percezioni stanno al fondo di essa?. Quali sono le fonti migliori della nostra conoscenza le fonti più affidabili, fonti che non inducano in errore? Simili fonti ideali e infallibili non esistono, così come non esistono governi ideali e infallibili, e che tutte le fonti della nostra conoscenza talvolta ci inducono in errore. Allora: "Esiste una via per scoprire ed eliminare gli errori?".
Nella convinzione che non esistano fonti pure, inalterate e infallibili: "Cosa possiamo fare per scoprire l'errore?". Risposta: "Con la critica esercitata su teorie e supposizioni altrui e - posto che possiamo educarci a ciò - con la critica alle nostre stesse teorie e ai tentativi speculativi di trovare soluzioni". "Razionalismo critico". (da: "Alla Ricerca di un Mondo migliore"di Karl Popper)
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Destino - Libertà
Il problema dell'opposizione destino - libertà è tra le antitesi, quello che maggiormente ha tormentato l'umanità nel suo pensarsi già decisa o in grado di decidere le proprie azioni. Ogni cultura, anche se ha già conosciuto la scienza e l'impostazione razionale del pensiero, possiede un certo numero di parole che adombrano il senso del destino.
Tali sono "sorte", "fatalità", "caso", "predestinazione", "vocazione". Su di esse gravita un immagine del mondo che non è l'immagine che l'uomo s'è razionalmente costruito. Il destino sfugge alla logica della ragione.
A queste riflessioni induce Alessandro d'Afrodisia. Nato ad Afrodisia di Caria, visse tra il II e il III secolo dopo Cristo ad Atene, dove insegnava filosofia aristotelica nella "Scuola Superiore di Studi Filosofici" fondata dall'imperatore Marco Aurelio e finanziata dallo Stato.
Amico del medico Galeno di Pergamo con cui non mancò di polemizzare. Alessandro d'Afrodisia scrisse una serie di commentari ai testi aristotelici che costituirono una fonte cosi preziosa per la cultura filosofica araba e rinascimentale da determinare, nel Rinascimento italiano, la formazione di una corrente denominata "alessandrismo" con cui Galileo ebbe a polemizzare per liberare la nascente ricerca scientifica a sfondo sperimentale dall'ipoteca del procedimento deduttivo di matrice aristotelica. La più antica cultura mediterranea raffigurava il destino come una dea che, con il fuso e il filo, tesseva il destino degli uomini.
I suoi nomi, a secondo delle regioni del Mediterraneo sono: Ilizia, la Nascita; Rapsò, la Tessitrice; Adrastia, l'Implacabile; Aisa, l'Equità; Nemesi, la Giusta Assegnatrice delle parti; da cui deriva la parola Heimarmene che, nel greco classico e nella cultura gnostica e fino al V secolo d. C., designa il destino.
L'idea del destino percorre la cultura greca da Omero ai tragici dove ciascun personaggio, epico o tragico, interpreta la "parte assegnata dalla volontà o dalla mente di Zeus".
Ciò significa non che l'uomo è assistito dalla provvidenza di Dio come nella concezione cristiana, ma che l'uomo non è padrone del proprio destino il quale tesse il suo disegno in quella dimensione trascendente che l'uomo non può controllare. Ma una prima eccezione a questa visione del mondo l'abbiamo nell'Odissea dove si racconta di Egisto, l'amante di Clitennestra e l'istigatore dell'assassinio di Agamennone, che di sua iniziativa "ha aggiunto" al destino assegnatogli la propria azione delittuosa e il castigo conseguente.
Una seconda eccezione la troviamo in Senofane secondo il quale l'uomo inventa e introduce nella realtà naturale cose che gli dei non avrebbero mai fatto apparire.
Qualcosa dunque sfugge al destino e precisamente: la morale e la tecnica. Se tutto dipendesse dal destino nessuna azione sarebbe imputabile e quindi nessuna morale sarebbe possibile. Allo stesso modo se nulla nella natura potesse essere mutato, anche la tecnica, che in parte modifica l'ordine della natura, sarebbe impossibile.
Con questo doppio registro, dove accanto al destino si ammette quel margine di libertà che rende possibile la fondazione di una morale e la pratica della tecnica, giungiamo all'età di Pericle (V sec. a. C.) dove il destino viene ridotto a due figure: "la necessità della natura" (ananke) che agisce in maniera meccanica e deterministica, e il caso (tyche) che, come precisa Anassagora, dipende dall' "ignoranza delle cause".
Aristotele, introduce, accanto alla figura della necessità, per cui ciò che è in potenza si traduce in atto, e dell'impossibilità, per cui ciò che è in potenza non si traduce in atto, la categoria della possibilità per cui ciò che è in potenza può tradursi e non tradursi in atto.
Quel che allora si discuteva si ripropone nell'età moderna con la nascita della scienza, che pensa a se stessa in modo deterministico, e con la divisione tra cattolici e protestanti, dove decisivo è il problema della libera scelta o della predestinazione.
Lo stesso dicasi per l'età contemporanea dove la psicoanalisi fa dipendere lo spazio della libertà dai limiti imposti dall'ordine pulsionale, e, più recentemente, la genetica che, restringendo i margini di libertà, riduce quelli della responsabilità e dell'imputabilità su cui sono cresciute tutte le morali.
Alessandro d'Afrodisia rifiuta il destino perché altrimenti la morale sarebbe impossibile. L'argomento come si vede è debole, sarebbe come negare che ciascuno di noi abbia una sua determinata identità perché questa determinazione ridurrebbe gli spazi della libertà. Identità e libertà sono infatti tra loro conflittuali, come lo sono destino e libera scelta.
Il problema è a tutt'oggi insoluto. Ma una cosa non va trascurata: la libertà si fonda sulla possibilità di fare accadere o non accadere qualche cosa. Quindi è lo spazio del nulla (il non accadere) quello che rende possibile la libertà.
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Fede
Nella dottrina cristiana Fede - Speranza e Carità sono considerate virtù "teologali". Ma non c'è nulla di specificamente cristiano nel riconoscere che in generale la fede religiosa da un maggiore significato alla vita morale dell'intera umanità. È una forza potente nell'esperienza umana. Niente è capace di tenere unite le persone tra loro quanto la fede. D'altro lato, i conflitti tra fedi diverse dividono le persone in modo talvolta assai violento.
La storia delle religioni conferma tristemente la naturale inclinazione dell'uomo per il settarismo. In un mondo che fosse privo di fedi religiose, non ci sarebbero certo le guerre di religione, ma nessuno ci assicura che sarebbe comunque un mondo di pace. Facciamo torto alla fede quando attribuiamo ad essa la causa dei conflitti.
La fede contribuisce alla formazione e alla qualità degli ideali che guidano le nostre aspirazioni e inoltre influenza il modo in cui noi guardiamo e ci comportiamo verso gli altri. Un essere umano senza fede, che non rispetta nulla, è un uomo moralmente alla deriva.
Le maggiori fedi mondiali sono come delle scialuppe di salvataggio a lungo sperimentate dai naufraghi; esse contribuiscono ad ancorare a una realtà più ampia coloro che sono allo sbando.
La fede offre un importante contributo alla stabilità sociale e allo sviluppo morale di persone e gruppi. Uno studio sull'esperienza religiosa dei fedeli condotto dal filosofo e psicologo William James pubblicato con il titolo: "The Varieties of Religions Experience", scoprì una tendenza universale verso ciò che egli chiamò "monismo" o "ottimismo".
In un mondo cosi frammentato e pieno di dolore, la fede nella sua unità e bontà di base rappresenta un incoraggiamento fondamentale per tutti coloro che, all'interno di una qualsiasi grande tradizione religiosa, lavorano in superficie per carità, gioia, pace, ecc. .
A tutti i genitori che considerano la fede una tecnica sleale che influenza la mente dei bambini, inculcando delle opinioni prima che essi arrivino all'età della discrezione in cui saranno capaci di scegliere da solo.
C'è un aneddoto illuminante di Samuel Taylor Coleridge tratto dal "Table Talk". "Mostrai (a John Thelwall) il mio giardino e gli dissi che quello era il mio orto botanico. "Come mai", egli disse, "è coperto da erbacce?" - "Oh", replicai, "è solo perché non ha raggiunto l'età della discrezione e della scelta. Come lei vede, le erbacce sono libere di crescere, poiché ho pensato che non sarebbe giusto condizionare il suolo a produrre rose e fragole".
La parola responsabilità rinvia all'idea di risposta. Essere responsabili significa perciò, in qualche modo, essere in grado di fornire una risposta. Un comportamento irresponsabile equivale a un comportamento immaturo. Al contrario, assumersi la responsabilità è un segno di maturità.
Quando ci sforziamo di aiutare i nostri figli a diventare persone responsabili, li stiamo aiutando a raggiungere la maturità. Siamo tutti responsabili di ciò che abbiamo fatto di noi stessi. Dire: "sono fatto così" non giustifica un comportamento sconsiderato. Non risponde neanche a verità, perché noi non siamo mai "fatti così". Aristotele fu tra i primi ad affermare che noi diventiamo ciò che siamo attraverso le decisioni che prendiamo.
Il filosofo inglese Mary Midgley nel suo libro "Beast and Man" sostiene che "il punto centrale dell'Esistenzialismo è l'accettazione della responsabilità di essere ciò che abbiamo scelto di essere, ed il rifiuto di false scuse".
Soren Kierkegaard, uno dei pionieri dell'Esistenzialismo deplora gli effetti negativi che ha la folla sul nostro senso di responsabilità. Egli scrisse in "Il punto di vista sulla mia opera come autore": "La folla è nel suo stesso concetto la menzogna, in ragione del fatto che rende completamente irresponsabile e impenitente l'individuo, o almeno ne indebolisce il senso di responsabilità riducendolo a qualcosa di irrilevante".
Nelle sue "Confessioni" sant'Agostino fa di questo indebolito senso di responsabilità il punto centrale delle sue meditazioni sulla propria gioventù dissoluta: "Tutto ciò perché non abbiamo il coraggio di tirarci indietro quando gli altri ci dicono: Avanti! Fallo!".
Le persone responsabili sono anche persone mature che si fanno carico del proprio comportamento, che sono padrone delle proprie azioni e che rispondono ad esse.
Noi riusciremo a sviluppare un maturo senso di responsabilità nei nostri figli allo stesso modo in cui li aiutiamo a coltivare gli aspetti positivi del carattere: attraverso la pratica e l'esempio.
I lavori domestici, i compiti per la casa, le attività extrascolastiche e il volontariato possono contribuire alla maturazione solo se l'esempio dei genitori e le loro aspettative saranno chiare, coerenti e commisurate allo sviluppo delle capacità del bambino.
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Onestà
Essere onesti significa essere veri, genuini, autentici; essere disonesti, falsi, ambigui, fittizi. L'onestà esprime sia il rispetto per sé che il rispetto per gli altri. La disonestà non rispetta né se stessi né gli altri. L'onestà rende la vita aperta, affidabile e trasparente; esprime l'inclinazione a vivere nella luce. La disonestà cerca l'ombra, la dissimulazione, il sotterfugio. È una disposizione a vivere in parte nell'oscurità. "Odio, come odio le porte dell'Ade, colui che altro dice e altro cela nell'animo", grida Achille angosciato nell'Iliade di Omero.
È l'onestà che cercava il filosofo cinico Diogene ad Atene e Corinto: "Con la candela e la lanterna, quando il sole brillava io cercavo gli uomini onesti, ma non ne trovai alcuno".
Come si coltiva l'onestà? Come tutte le altre virtù, è meglio sviluppata quando è in armonia con le altre. Più è esercitata e più facilmente diventa un'inclinazione naturale. Bisogna essere consapevoli che l'onestà è la condizione fondamentale delle relazioni umane, dei rapporti di amicizia e della vita di tutte le comunità sane. Ma va coltivata seriamente e per se stessa, non come una strategia finalizzata alla convenienza. Immanuel Kant afferma che l'onestà è preferibile a qualunque tattica.
Tra la condotta personale seria e la paura di essere scoperti cioè tutta la distanza che intercorre tra l'onestà e l'opportunismo. È bene aver chiaro ciò che veramente importa: essere onesti nell'intimità dell'animo. L'onestà, a differenza dei vestiti nuovi, non passa mai di moda.
Essere onesti significa anche riconoscere che non esiste una verità assoluta (coloro che lo affermano diventano spesso fanatici), ma solo punti di vista relativi. L'onestà diventa allora la virtù che riconosce all'altro il diritto di dissentire e di sostenere liberamente la propria opinione.
Luigi Pirandello (1867 - 1936) ha dedicato praticamente tutta la sua opera a sostenere che non esiste una verità uguale per tutti, ma che ciascuno mette in scena , con la sua stessa vita, la propria verità.
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Ozio
A coloro che mi hanno dedicato senza guardare l'orologio e senza alcun calcolo un po' del loro tempo. L'ozio è parte della nostra libertà, e chiunque ce lo tolga ci priva anche di essa.
Oggi c'è molta libertà in vendita. La maggioranza degli uomini non riesce a capire cosa sia la libertà. Possiamo osservare che abbiamo identificato la libertà con l'esercizio della democrazia, anche se quest'ultimo concetto è rivendicato ormai da tutti i partiti e non è agevole orientarsi nella scelta delle interpretazioni. Di certo si è compreso che la libertà umana dipende da un certo sistema politico, ma esso non basta più a garantirla. L'uomo si è accorto che altri poteri minacciano la sua libertà. E quando negli anni Novanta la rivoluzione elettronica fu un fatto compiuto, quello che poteva essere un sospetto si trasformò in certezza. Abbandonati i grandi ideali, crollate le ideologie che comunque avevano costituito un punto di riferimento, l'uomo di fine millennio si trovò più solo di quanto avrebbe immaginato cinquant'anni prima.
Nel settimo libro delle "Vite dei Filosofi" di Diogene Laerzio è riportata la concezione degli antichi stoici per i quali "la libertà consiste nell'autodeterminazione e quindi solo il sapiente è libero".
"Nell'Affittacamere" Fedor Dostoevskij: "Da la libertà all'uomo debole, ed egli si legherà e te la riporterà. Per il cuore debole la libertà non ha senso".
Dopo la Prima guerra mondiale la vendita della libertà si celebrò puntualmente con i dittatori. In cambio Mussolini e Hitler promisero occupazione, potenza, ordine e cose simili; Stalin fece intravedere il sogno di una società di uomini eguali.
Il filosofo inglese Thomas Hobbes nella sua opera "Leviatano" del 1651, si legge: "Un uomo libero è colui che, in quelle cose che con la sua forza e il suo impegno è in grado di fare, non viene ostacolato nel fare quanto ha volontà di fare".
Gogol "Anime Morte" in cui l'assessore collegiale Pavel Ivanovic Cicikov che decide di comperare servi della gleba defunti dopo il censimento, per i quali i proprietari però continuano a pagare il testatico per potersene servire ai fini delle assegnazioni delle terre.
Ci sono acquirenti del nostro tempo, il medesimo che con un aggettivo equivoco si è definito "libero", ed è quella parte di vita di cui ogni uomo dispone dopo gli obblighi del lavoro. In fondo, per molti , altro non è che del "tempo morto". E' certo che sempre più persone sprecano (o vendono) il bene più prezioso che abbiamo e vivono assillati dall'orologio.
L'uomo ha guadagnato molto tempo per se stesso, ma ne ha sempre meno... il nostro tempo si assottiglia continuamente, ci siamo sbarazzati di quelle nicchie di vita che il passato aveva riservato alla nostra comprensione spirituale. Non è vero, obietteranno in molti, oggi l'anima è curata e studiata, analizzata come non mai. Che si vada sempre più da psicologi o psicoanalisti è indiscutibile, ma forse proprio per tale motivo è malata. Questi medici dell'anima curano una vera e propria epidemia, un disagio, un cattivo rapporto con il tempo.
Nel passato, probabilmente, siffatti problemi erano ignorati, coperti. Ma è innegabile che alcune qualità, molte terapie si siano perdute venendo meno la tensione spirituale che era recata dalla fede. La crisi della religione è anche la nostra. La morte di Dio non è il trionfo della tecnica, ma il tramonto dell'anima. Una rivendicazione per riavere l'ozio equivale a un progresso spirituale.
Seneca nelle "Lettere a Lucilio" scrive: "non vitae, sed scholae discimus" (impariamo non per la vita ma per la scuola) coglie l'essenza di quella istituzione che rilascia diplomi e che periodicamente ha bisogno delle riforme. Egli amava l'esatto contrario: "Non scholae, sed vitae discimus".
Leon Battista Alberti (XV sec.) da: "I Libri della Famiglia"- "Perdesi adunque il tempo nollo adoperando, e di colui sarà il tempo che saprà adoperarlo". Il grande genio dell'umanesimo non esalta l'ozio, ma il buon uso del tempo.
Lo storico britannico Richard Henry Tawney in "The Acquisitive Society ha scritto: "Le società industriali dimenticano i fini stessi in vista dei quali vale la pena di acquistare ricchezze nel loro febbrile ed esclusivo interesse per i mezzi con cui le ricchezze si possono acquistare".
Ha scritto Giuseppe Prezzolini ne il "Centivio": "Uno dei pregiudizi più ridicoli degli uomini è quello del tempo perso. Nessun tempo è in realtà perso. Le ore d'ozio collaborano a formare la nostra personalità come le ore di lavoro, forse meglio"
Chi non sa oziare difficilmente sa vivere.
Tommaso Moro nell' "Utopia" (1516) fissa a sei ore giornaliere il tempo della fatica; Tommaso Campanella nella "Città del Sole" (1611) scende a quattro.
Lenin in un articolo del 1914 profetizza che quando i proletari avranno vinto la loro lotta ne basteranno tre.
Bertrand Russell nell' "Elogio dell'Ozio" quattro ore.
Negli anni Novanta, l'economista americano Jeremy Rifkin profetizzò la fine del lavoro. La produzione cadrà in mano agli automi e il computer ingloberà il terziario. Una sorta di eutanasia del lavoro, però avvolta in uno scenario apocalittico. Non è un fatto auspicabile. A quel punto le macchine decideranno anche della nostra vita oltre che della libertà.
Kazimir Malevic, figura dell'avanguardia russa "La pigrizia come verità affettiva dell'uomo" "La pigrizia rappresenta il principale incentivo al lavoro, poiché soltanto attraverso il lavoro si può accedere alla pigrizia". Da: "Le Virtù dell'Ozio"(di: Armando Torno)
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Il lavoro è fatto naturale e condivisibile. Tutto cambia quando l'accanimento produttivo cancella l'uomo.
Da sempre l'uomo cerca nell'ozio, o quanto meno dalla non fatica, una dimensione più naturale, più adatta ai suoi desideri.
L'uomo ha una vita materiale sola, che ci affanniamo per cose effimere, che si potrebbe vivere meglio se non volessimo accumulare cose e mezzi come se fossimo eterni.
Tutte le epoche hanno rimpianto qualcosa di perduto, senza poi riuscire a specificare cosa fosse.
Chi è dappertutto non è in nessun luogo. A chi passa la vita viaggiando accade di avere molte conoscenze, ma nessuna amicizia. (Seneca; Lettere a Lucilio)
"Carpe diem, quam minimum credula postero" Godi il giorno che passa, confida meno che puoi nel domani. (Orazio)
"Non est, crede mihi, sapientis dicere "Vivam". Sera nimis vita est crastina: vivi hodie". - Non è , credimi, cosa da saggi dire: "Vivrò". Troppo tarda è la vita che verrà: vivi oggi.
(Marziale; Epigrammi)
La ricchezza spirituale è l'unica spendibile nei giorni difficili.
Non lascia nulla al caso, nulla, a parte, come tutti la propria vita.
"C'è di quelli cui la vita solitaria sembra più funesta della morte, foriera di morte. Questo avviene di solito agli ignoranti che, mancando un interlocutore, non hanno argomenti di cui sappiano parlare con se stessi o con i libri, e perciò rimangono muti. La solitudine senza cultura è certo un esilio, un carcere, una tortura. Aggiungivi la cultura: diventa la patria, la libertà, il godimento".
(Petrarca; De vita Solitaria)
"Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali ricopriva del cielo i campi immensi;
e 'l sonno, ozio dell'alme, oblio de' mali, lusingando sopia le cure e i sensi".
(T. Tasso; Gerusalemme Liberata - VIII, LVII)
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Verità
I greci per esprimere la "verità" usavano un concetto negativo, formato da un "alpha" privativo e dal verbo "lathein" che significa "essere nascosto", da cui le nostre parole "latente", "latitante".
Nulla da spartire con il latino "veritas" che rimanda non a ciò che si manifesta, ma a ciò che si custodisce, si trattiene, si conserva. La "verità" in senso greco svela la "natura" che i greci chiamavano "physis", e per i quali la natura, nell'accezione di physis, è l'essere nel suo originario manifestarsi. La radice "phu" (da cui il latino e l'italiano "fui" come tempo remoto del verbo essere) è la radice comune a "physis" (natura) e a "Phainestai" (manifestare). La verità greca è allora l'originaria manifestazione dell'essere che, sottraendosi al nascondimento ("la natura ama nascondersi" diceva Eraclito), si palesa e si dà in visione. "Visione" in greco si dice "idea", la radice "id" la ritroviamo nel verbo latino "video" (vedere) e "videor" (apparire, sembrare), ma il "vedere non è più l'originario apparire dell'essere, ma lo sguardo che l'uomo dispiega sull'essere. Il concetto di verità subisce un essenziale mutamento nel mito platonico della caverna dove è possibile scorgere, accanto alla più alta comprensione della verità come manifestazione dell'essere (aletheia), anche la presenza di quella sconcertante deviazione che determinerà per l'occidente l'oblio dell'essere e della sua verità. Nel mito si racconta di un prigioniero che, liberatosi dai ceppi che lo tratteneva nel fondo della caverna, dove si stagliavano le ombre proiettate dai simulacri portati dagli uomini, e sporgenti al di sopra di un muricciolo che sorgeva alle sue spalle, si volge e vede dapprima i simulacri che sono copia delle cose che dimorano sotto la luce del sole, e quindi le cose di cui prima possedeva solo incerte e fugaci immagini. L'interpretazione del mito è possibile solo sulla base della verità come aletheia, come non nascondimento. Nel processo di liberazione, infatti, si assiste la progressivo non-nascondersi e quindi al progressivo non rivelarsi prima delle ombre proiettate dal fuoco sotterraneo, poi dei simulacri delle cose, e infine delle cose che dimorano sotto la luce del sole. L'essenza del mito è raccolta nel passaggio che dal buio della caverna conduce alla luce del giorno e viceversa. Il passaggio dall'oscurità alla luce determina nel prigioniero un offuscamento dovuto all'intensificarsi della luminosità che, accecando lo sguardo "l'idein", che esprime appunto l'atto del vedere, nasconde "l'eidos" ovvero ciò che si offrirà allo sguardo una volta che questo si sarà assuefatto alla luminosità.
Platone chiamava "paideia" (educazione) il progressivo assuefarsi alla luminosità dell'essere, che strappa le cose dal nascondimento solo per coloro che si sono assuefatti alla luce. La "paideia" è oltrepassamento dell'"apeideusia", ovvero di quell'ignoranza in cui rimangono coloro che non sopportando il bagliore accecante del fuoco e del sole, si trattengono presso le ombre che sono solo il riflesso delle cose vere. Ma proprio qui si assiste a quel capovolgimento dell'essenza della verità che deciderà la storia dell'occidente, nella sua versione metafisica (articolata sul dualismo mondo-dio) nella struttura della conoscenza (soggettiva e intersoggettiva), nell'etica dei valori (possibili solo presupponendo una gerarchia dell'essere), e nella centralità antropologica (che prevede l'uomo al centro del mondo). Se infatti la successione dei passaggi che dalle tenebre della caverna conducono alla luce del giorno si lasciano comprendere a partire dalla verità come manifestazione (aletheia), l'essere, raffigurato dal sole, a proposito del quale Platone scrive che: "Produce le stagioni che è il corso degli anni, e tutto presiede in questo regno dell'essere visibile ed è causa di tutti quei fenomeni che i prigionieri vedevano" (Repubblica, libro VII), non è più inteso come manifestazione di ciò che si manifesta, quindi come aletheia ma è inteso come quell'Ente che Platone chiama "Agathon", che presiede l'essere e l'apparire di ogni cosa.
Il significato del termine Agathon, che noi traduciamo con "Bene" non ha solo un significato morale in quanto fonda una gerarchia di valori, ma va innanzitutto inserito in quel contesto metafisico che è volto alla ricerca della causa prima da cui ogni cosa dipende.
Tommaso D'Aquino nel "De Veritate" I, 4 scrive: "Verità e corrispondenza (adaequatio) tra l'intelletto e la cosa. Questa corrispondenza non può essere se non nell'intelletto". In questo modo la verità non è più manifestazione dell'essere, ma correttezza del giudicare umano (orthotes, adaequatio). Questa trasformazione dell'essenza della verità ha portato l'uomo al centro dell'essere e ridotto l'essere a soggetto del suo dominio. Dopo la deviazione platonica del concetto di verità e ancor più dopo la radicalizzazione di questa deviazione ad opera della scienza moderna, l'uomo non può riscattarsi dal suo errare e non si congeda da quel modo di pensare, divenuto abituale in occidente, che è il "calcolare". Nel pensiero che calcola, a differenza del pensiero che pensa, non c'è salvezza, anzi li si nasconde il rischio più inquietante, perché, scrive Heidegger: "Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica.
Di gran lunga più inquietante è che l'uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo capaci di raggiungere, attraverso un pensiero pensante, un confronto adeguato con ciò che sta veramente emergendo nella nostra epoca.
Con Ulisse, forse per la prima volta nella storia, appare tutta la debolezza e l'insignificanza della verità. Che la verità sia vera è inessenziale, l'importante è che sia persuasiva. Anche Cassandra dice la verità, ma le sue parole non essendo accompagnate da persuasione (peitho), restano inefficaci. I greci, con Ulisse, avevano già capito quello che oggi impariamo dalla politica e dalla pubblicità. Non è importante che le cose che si dicono siano vere, è sufficiente che siano persuasive. La persuasione e non la verità crea consenso.
Freud e Nietzsche ci hanno insegnato che la nostra coscienza è un castello di menzogne edificate sull'inconscio percorso di pulsioni incoffessabili. Per gli antichi greci mentire significa abitare la distanza che intercorre tra apparenza e realtà, e quindi uscire dall'ingenuità di quanti credono che le cose siano come appaiono. Aristotele dice: "Mentire è veramente grave se interessa la giustizia nelle forme della frode, del tradimento o di altri danni alla comunità politica, lo è meno se riguarda la vita privata". Per Agostino di Tagaste "Il bugiardo è da condannare sia che la menzogna investa la sfera pubblica sia che riguardi quella privata. Ed è bugiardo sia che dice cosa falsa con l'intenzione di ingannare sia chi la dice vera ma sempre con l'intenzione di ingannare.
Chi invece la dice falsa con l'intenzione di dire il vero costui non è da riprovare perché è semplicemente uno sprovveduto". Ma se l'inganno ha in vista il bene o il minor male? Bugie a chi sta morendo? Crescere figli tra mezze bugie e mezze verità?
Per Agostino il fine non giustifica i mezzi né per il figlio che deve crescere, né per il morente che deve dire addio, né per la città che talvolta può essere meglio governata con le menzogne.
Il fine non giustifica i mezzi, perché nessun fine può dirsi apprezzabile se per la sua realizzazione si chiedono coscienze ingannatrici. E allora che dire di Abramo che invita il figlio Isacco a un sacrificio senza comunicargli che la vittima è lui. Il silenzio, dice Agostino non è una bugia. Davvero possiamo dire che il silenzio non mente? Socrate la pensava diversamente perché, dopo aver identificato la virtù con il sapere, non riteneva si potesse considerare virtuosi gli imbecilli.
La verità sulle persone, sul cosiddetto loro vero carattere, sul loro presunto vero temperamento (per non dire delle loro vere intenzioni) è assai difficile da stabilire. Diciamo pure impossibile.
Ad esempio, qual è il Socrate vero? Quello sublime descritto da Platone o quello comico caricaturato da Aristofane? Eppure l'Atene di quei tempi era un paesone piccolo. Tutti, o quasi, si conoscevano. Tuttavia, lo stesso personaggio storico ispira due ritratti così differenti.
Agli inizi degli anni cinquanta il regista giapponese Akira Kurosawa fece un film originalissimo: "Rashomon". Vi erano tre personaggi, tre modi diversi di raccontare lo stessissimo fatto di cui ognuno di loro era stato diretto protagonista. Il vecchio regista spiega: "Gli esseri umani sono incapaci di essere onesti con se stessi. Non riescono a parlare di sé senza abbellire il quadro".
Anche in : Uno nessuno centomila" di Luigi Pirandello il protagonista, Vitangelo Moscarda si rende conto ad un certo punto della sua vita di non avere una immagine sola: ma tante, quante sono le persone che lo osservano, incontrandolo.
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Nel mondo c'è bisogno di filosofia più di quanto si possa credere, disciplina antica quanto l'uomo, incline a porsi domande sul senso delle cose, riflessioni per illuminare un tanto difficile cammino. L'antitesi Oriente - Occidente, con tutte le sue diversità; il contrastante modo di vivere la realtà dell'uomo pre - tecnologico e di quello attuale; la parola autorevole delle grandi menti del passato da Platone, a Nietzche, Heidegger e Jaspers, fanno da guida e controcanto al viaggio dentro l'anima dell'uomo, "dalla psicanalisi alla pratica filosofica".
Ippocrate affermava che: "Il medico che si fa filosofo diventa pari a un dio". Nella casa di psiche (ovvero dentro la nostra anima) ha preso dimora un ospite inquietante che chiede il senso dell'esistenza. Gli altri ospiti che già abitavano la casa, obiettano che la domanda è vecchia quanto il mondo, perché dal giorno in cui sono nati, gli uomini hanno conosciuto il dolore, la miseria, la malattia, il disgusto, l'infelicità e persino il disagio della civiltà a cui prima le pratiche religiose, poi quelle terapeutiche con la psicoanalisi in prima fila, hanno tentato di porre rimedio.
L'ospite inquietante però insiste nel dire che nell'età della tecnica la domanda di senso è radicalmente diversa, perché non è più provocata dal prevalere del dolore sulle gioie della vita, ma dal fatto che la tecnica rimuove ogni senso che non si risolva nella pura funzionalità ed efficienza dei suoi apparati. L'uomo soffre per l'insensatezza del suo lavoro, per il suo sentirsi soltanto un mezzo nell'universo dei mezzi, senza che all'orizzonte appaia una finalità prossima o una finalità ultima in grado di conferire senso. Sembra infatti che la tecnica non abbia altro scopo che il proprio autopotenziamento. Visto che la psicoanalisi sembra inadeguata, atta solo alla rimozione del dolore, pur curando le sofferenze dell'anima, è indispensabile il ritorno alla filosofia, perché fin dagli albori, la filosofia non ha esitato a rimettere in questione il mondo.
Volgarizzando il concetto, potremmo dire che la psicoanalisi è il medico curante, mentre la filosofia è lo scienziato che studia l'essenza, la ragione profonda della malattia, non esitando a mettere in discussione il mondo. Nel libro di U. Galimberti "La casa di psiche" sono suggestive le pagine in cui sottolinea come l'amore nasca, in quanto dialogo, tra due esseri, mentre il dolore "si radica, nell'assoluta individualità". Di conseguenza, "l'analisi del dolore è innanzitutto un'analisi del linguaggio e della visione del mondo che lo ospita. Le modalità del suo descriversi sono uno spaccato di filosofia della storia.
ILLASI, CITTA' DELL'OLIO, DEL VINO, DELLA MUSICA & DEL PODISMO




















