STORIA DELLA FILOSOFIA
"Colui che non è in grado di darsi conto di tremila
anni di storia rimane al buio e vive alla giornata". (W. Goethe)
Lineamenti di Storia della
FILOSOFIA
(a cura di Bruno Silvestrini)
Tutti noi abbiamo la necessità di trovare una risposta a due domande fondamentali: "Chi siamo?" e "Perché viviamo?". Chiedersi perché esistiamo non è un interesse occasionale. Sapere come sono stati creati l'universo, la terra e la vita "Esiste una volontà o un significato che sta dietro a ciò che accade?" "C'è qualche forma di vita dopo la morte?" "Come possiamo venire a capo di queste domande?" E soprattutto: "Come dovremmo vivere?". Le risposte a queste domande non sono contenute in nessuna enciclopedia, però se vogliamo mettere a punto un nostro modo di vedere la vita, può esserci d'aiuto leggere quello che altri uomini hanno pensato.
Molti antichi misteri sono stati risolti poco per volta dalla scienza. La cosa più triste è che crescendo, ci abituiamo al mondo così com'è. In altre parole perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci offre. Ed è questa una perdita grave, perché l'unica di cui abbiamo bisogno per capire la vita è la capacità di stupirci. Circa 600 anni a.C. nacque in Grecia un nuovo modo di pensare: "la Filosofia". Prima di quell'epoca erano le diverse religioni a fornire le risposte a tutte quelle domande che gli uomini si ponevano. I filosofi greci cercarono di dimostrare agli uomini che queste interpretazioni dell'universo erano inattendibili. Il mito cerca di chiarire un avvenimento che gli esseri non saprebbero spiegarsi altrimenti.
Nascita della Filosofia - Il Riso e il Pensiero
Si sa che la filosofia è nata da una scena comica. Il primo filosofo, Talete, scrutando il cielo, cadde in un fosso suscitando il riso di una servetta tracia. Perché la filosofia nasce insieme a un gesto di ilarità? Che rapporto c'è tra la serietà del pensiero e il riso che la incrina? Ma soprattutto perché il pensiero si è sempre difeso dal riso? C'è più verità nel riso o nel pensiero?
Se a ridere dell'esordio della filosofia è una giovane serva, come se il femminile già sospettasse in anticipo l'insicurezza di un pensiero che si paluda di un eccesso di serietà, a ridere di sé, ma forse in modo non sincero, è la filosofia stessa con Socrate, l'ironico. I Greci chiamavano ironico (eiron) chi dice meno di ciò che pensa, e ad esso contrappongono il fanfarone (alazon) che fa credere di sapere di più di quanto non sappia. Che sia uno lo specchio dell'altro? Che nella falsa umiltà dell'ironico si nasconda uno che presume troppo di sé? Ma che si poteva fare nella Grecia del IV secolo a.C., dove la scena era occupata da commedianti, se non rivestire i panni del commediante per aprire quel nuovo teatro che è il "teatro filosofico"?
Quando la nuova scena è dischiusa, anche l'ironia di Socrate muta volto. Il suo gioco (paida) diventa educazione (paideia), la sua parola acquista, con la morte, tutta la sua serietà, e il riso diventa la massima antitesi del vero, ciò da cui occorre difendersi. Il saggio non ride. E neppure l'uomo di religione, se è vero che nella regola benedettina, "silenzio-bocca-riso", il silenzio rappresenta la virtù, la bocca l'organo di controllo da sorvegliare, il riso il peccato. Filosofia e religione si chiudono nelle loro rocche fortificate, mentre il riso riecheggia fuori dalle mura.
Come in tutti i paesi, anche i greci avevano una rappresentazione mitologica del mondo nel momento in cui nacque la filosofia. Per secoli vennero trasmessi oralmente di generazione in generazione i racconti sugli dei. Verso il 700 a.C. molti dei miti greci furono messi per iscritto da Omero ed Esiodo. Non appena i miti furono scritti, fu possibile cominciare a discutere.
I primi filosofi greci criticarono la mitologia di Omero sia perché gli dei assomigliavano molto agli uomini da un punto di vista fisico sia perché erano egoisti e inaffidabili come noi.
Per la prima volta si sostenne che i miti non erano altro che rappresentazioni umane. "I mortali ritengono che gli dei nascono, abbiano vesti, voce e figura come loro", (Senofonte 570 a.C.)
In quel periodo i greci fondarono molte Città - Stato in Grecia e nelle colonie greche dell'Italia meridionale e dell'Asia Minore. Qui tutto il lavoro manuale ricadeva sugli schiavi, e i liberi cittadini potevano dedicarsi alla cultura e alla politica. Siamo di fronte a una svolta: da un modo di pensare mitologico si passa a un tipo di ragionamento che ha come base l'esperienza e la logica. L'obiettivo dei primi filosofi era quello di trovare spiegazioni naturali a processi della natura, (stagioni, siccità, eclissi ecc.). I filosofi vedevano con i propri occhi i continui cambiamenti che avvenivano in natura. Ma come erano possibili queste mutazioni? Per non parlare di come un bambino potesse nascere e crescere nel grembo materno! In questo modo la filosofia si rese indipendente dalla religione, cioè pensando in modo "scientifico".
Il primo filosofo di cui si hanno notizie è Talete, originario della colonia greca di Mileto, in Asia Minore. Viaggiò moltissimo, visitando tutto il mondo allora conosciuto.
Si dice tra l'altro che abbia calcolato l'altezza di una piramide in Egitto misurando l'ombra della stessa al momento in cui la sua ombra era alta quanto lui. Riuscì anche a prevedere un'eclissi di sole nel 585 a.C.. Secondo Talete l'acqua è principio di tutte le cose.
Il secondo filosofo è Anassimandro, anche lui di Mileto secondo cui il nostro è solo uno dei molti mondi che nascono da qualcosa e muoiono in qualcosa che egli chiamò "ápeiron", cioè infinito o illimitato.
Il terzo filosofo è Anassimene, vissuto anch'esso a Mileto intorno al 586 - 528 a.C. Secondo lui, la materia di cui sono formate tutte le cose doveva essere l'aria.
Tutti e tre i filosofi di Mileto ritenevano che esistesse un solo principio da cui originava tutto il resto. Ma come faceva un principio a trasformarsi in qualcosa di completamente diverso?
A partire dal 500 a.C., alcuni filosofi che abitavano nella colonia greca di Elea, nell'Italia meridionale (eleatici), si occuparono di queste questioni.
I Filosofi della Natura
Il più noto fu Parmenide, sostenne che tutto ciò che esiste è sempre esistito cioè, niente può essere creato dal niente e, di conseguenza, che qualsiasi cosa esistente non può scomparire nel nulla.
Ma anche che niente può trasformarsi in qualcosa di diverso da quello che è. Consapevole del fatto che la natura è una serie di continui mutamenti egli, per mezzo dei sensi registrava il modo in cui si trasformavano. Non riuscendo a far coincidere quanto percepiva con i sensi con quello che gli diceva la ragione, decise di fidarsi della ragione. Come filosofo capì che il suo compito era quello di smascherare tutte le forme di inganno dei sensi. Questa fede così radicata nella ragione umana venne chiamata "razionalismo" da "logos - ragione". Un razionalista crede che la ragione umana sia la fonte del nostro sapere sul mondo.
Secondo Eraclito (550 - 480 a.C.) originario di Efeso, in Asia Minore, il tratto costitutivo della natura è dato proprio dai suoi continui cambiamenti, "tutto scorre" tutto è in movimento e niente dura in eterno. Per questo "non si può discendere due volte nel medesimo fiume", perché quando mi immergo nel fiume per la seconda volta, sia io che il fiume siamo diversi.
Spiegò anche che il mondo è caratterizzato da stati contrari. Se non ci si ammala, non si potrebbe capire che cosa significa star bene, così vale per la fame, la sete ecc.. Sia il bene che il male occupano un posto necessario nell'unità. Se non ci fosse un continuo gioco tra gli opposti, il mondo finirebbe. Anche se noi uomini non la pensiamo tutti allo stesso modo, o non siamo dotati dello stesso buonsenso, deve esistere una forma di "buon ordine" che guida e domina tutto quello che succede in natura. Tuttavia per Eraclito la maggior parte degli uomini vive seguendo la propria ragione privata.
Parmenide dice: - niente può cambiare e....
- per questo le impressioni dei sensi sono inattendibili.
Eraclito invece: - tutto cambia "tutto scorre"
- le impressioni dei sensi sono attendibili.
Fu Empedocle di Agrigento che riuscì a dipanare l'intricata matassa in cui si trovava la filosofia. Secondo lui sia Parmenide che Eraclito avevano ragione in una delle loro affermazioni, ma sbagliavano in un punto entrambi: davano per scontato che esiste un solo principio.
Se fosse vero, il divario tra ciò che dice la ragione e quello che vediamo con nostri occhi sarebbe incolmabile. L'acqua non può diventare pesce però vediamo che in natura avvengono continuamente mutamenti. Empedocle arrivò alla conclusione che la natura è costituita da quattro radici: la terra, l'aria, il fuoco e l'acqua. Tutti i cambiamenti che avvengono in natura sono dovuti al mescolarsi e al separarsi delle quattro radici. Se un pittore ha un solo colore, es. il rosso, non può dipingere gli alberi verdi, ma se ha il giallo, il rosso, il blu e il nero, allora può dipingere centinaia di colori diversi mescolandoli in proporzioni differenti. Forse Empedocle osservò come bruciava un pezzo di legno. In sintesi si può dire che qualcosa si dissolve.
Si avvertono il crepitio e uno scoppiettare del legno: si tratta dell'acqua. Qualcosa sale sotto forma di fumo: è l'aria. Il fuoco lo vediamo davanti a noi e, quando si spegne, rimane ancora qualcosa: la cenere (cioè la terra). Ma qual è la causa che spinge le radici a mescolarsi in modo da far crescere una nuova vita? E cosa fa separare? Lui le chiama Amore (o amicizia) e Odio (o discordia). La prima lega le cose la seconda le separa.
A detta invece di Anassagora (499 - 428 a.C.) originario di Clazomene, Asia Minore la natura viene costruita partendo da particelle minuscole che l'occhio non può vedere. "Come infatti potrebbe prodursi da ciò che non è capello il capello e la carne da ciò che non è carne?".
Anassagora chiamò questi principi infinitamente divisibili "semi". E anche per lui esiste una specie di forza che "organizza", il noûs, cioè "l'intelletto".
Trasferitosi ad Atene nel 462 a.C., nel 432 venne processato per aver sostenuto che gli dei non esistevano e fu costretto a fuggire. Aveva anche affermato che il sole non era un dio, bensì una massa incandescente molto più grande della penisola del Peloponneso.
L'ultimo dei grandi filosofi della natura fu Democrito (460 - 370 a.C.) originario di Abdera a nord sulla costiera del mar Egeo. Concordava che i suoi predecessori nell'affermare che i cambiamenti in natura non si spiegavano con il fatto che qualcosa "mutasse" realmente. Per questo ipotizzò che tutto fosse composto da mattoncini invisibili ciascuno dei quali era eterno e immutabile, a questi elementi minimi diede il nome di "atomi", átomos = indivisibile, (Atomo: 1 miliardesimo di mm., i neutroni, protoni in esso contenuti sono 10.000 volte più piccoli e ancora particelle chiamate quark. I fisici che studiano l'infinitamente piccolo pensano che vi siano particelle ancora più piccole ma come sopra detto, sono concordi nell'affermare vi sia un limite) era fondamentale sottolineare che gli elementi con cui viene costruita ogni cosa non potevano essere divisi all'infinito: se così fosse stato non si sarebbero potuti utilizzare come mattoni da costruzione, la natura avrebbe cominciato a fluire come una zuppa sempre più liquida. Oggi possiamo affermare che la teoria di Democrito sugli atomi era giusta. La natura è veramente "costruita" da atomi che si aggregano e si separano. La scienza ha tuttavia scoperto che gli atomi si possono dividere in particelle ancora più piccole: protoni, neutroni e elettroni e anche queste a loro volta possono essere scisse. Ma i fisici sono concordi nell'affermare che ci deve essere un limite.
Democrito non prevedeva l'intervento di forze o di spiriti nell'ambito dei processi naturali. Quindi, dal momento che non vedeva nient'altro al di fuori della materia, questo è il "materialismo".
Nel 146 a. C. con la distruzione di Corinto, Roma conquista la Grecia e afferma nell'area mediterranea la propria supremazia militare e politica.
Prima che Roma riuscisse a conquistare il mondo ellenistico, da un punto di vista culturale era una provincia greca, per cui la cultura e la filosofia greca continuarono a svolgere un ruolo importante anche dopo il tramonto politico della Grecia (dominio durato 300 anni).
Gli Indoeuropei
I greci e i romani appartengono all'area culturale indoeuropea, mentre gli ebrei appartengono a quella semitica. Sono indoeuropei quelle culture e quei Paesi nei quali si parla una lingua indoeuropea. Tutte le lingue del vecchio continente sono indoeuropee a eccezione di quelle ugro - finniche, (lappone, finlandese, estone e ungherese) e del basco. Ma anche la maggior parte delle lingue indù e iraniane appartengono al ceppo linguistico indoeuropeo. In tutte le culture indoeuropee ritroviamo una parola che indica sapere e conoscenza: "vedere".
In sanscrito è "vidya" collegata al termine greco "idea", latino "video" inglese "wise" saggio, e "wisdom"- saggezza, in tedesco "wissen"- sapere, in norvegese "viten" - sapere. Possiamo supporre che la "vista" fosse il senso più importante per gli indoeuropei.
Le due maggiori religioni orientali, l'induismo e il buddismo, hanno un'origine indoeuropea. Infatti nel buddismo e nell'induismo si da grande importanza alla riflessione filosofica. Per queste due religioni il divino è presente in ogni cosa (Panteismo) e l'essere umano può raggiungere l'unità con Dio attraverso la conoscenza religiosa. Perché ciò avvenga è necessario penetrare profondamente in se stessi attraverso la meditazione. In Oriente, un atteggiamento passivo, indifferente alla lusinghe del mondo, è considerato un ideale religioso. Il sistema monastico medioevale si ricollega sotto molti punti di vista a queste concezioni del mondo greco - romano.
I semiti invece sono di un'area culturale completamente diversa e con un'altra lingua. Sono originari della penisola araba, ma la loro cultura si è diffusa in molte parti del mondo. Per oltre 2000 anni, gli ebrei hanno vissuto lontani dalla loro terra d'origine. La storia e la religione semitiche, si sono diffuse lontano dalle loro radici geografiche grazie al cristianesimo, si è estesa anche grazie all'espansione dell'islamismo. Tutte le religioni occidentali - ebraismo, cristianesimo e islamismo - hanno un'origine semitica. Sia il Corano, sia l'Antico Testamento sono scritti in lingue semitiche imparentate fra loro. Una delle parole che ricorre nell'Antico Testamento per indicare Dio ha la stessa radice linguistica dell'Allah dei mussulmani (Allah = Dio).
Il cristianesimo ha origini più complesse; ha origini semitiche, ma il Nuovo Testamento fu scritto in greco. Fin dagli inizi i semiti furono monoteisti, un'altra loro caratteristica è la visione lineare della storia. Un tempo Dio ha creato il mondo che finirà il giorno del giudizio. Vista l'importanza attribuita all'intervento divino nella storia, per molti secoli si sono occupati di storiografia: non ha caso le radici storiche stanno al centro delle loro sacre scritture.
Gerusalemme è un centro religioso importantissimo per gli ebrei, i cristiani e i mussulmani. Anche questo dice qualcosa dell'origine storica comune di queste tre religioni. Se per gli indoeuropei il senso più importante era la vista, nell'area semitica invece fu l'udito.
Non è un caso che l'atto di fede ebraico cominci con le parole: "Ascolta, Israele!". Nell'Antico Testamento leggiamo come gli uomini "ascoltassero" la parola del Signore, e i profeti ebraici cominciavano le loro prediche con la formula: "Così dice Jahveh (Dio) ". Anche nel cristianesimo si da grande importanza all'ascolto" della parola di Dio. Le funzioni religiose ebraiche, cristiane e mussulmane sono caratterizzate dalla lettura ad alta voce.
Gli indoeuropei hanno sempre creato dipinti e sculture rappresentanti le divinità. Per i semiti invece era vietato raffigurare Dio. Nell'Islam è ancora diffusa una generale avversione verso le arti figurative e la fotografia perché l'uomo non deve concorrere con Dio nel "creare" qualcosa.
Ma le chiese cristiane sono piene di immagini di Dio e di Gesù, questo costituisce un esempio di come il cristianesimo sia stato influenzato dal mondo greco-romano. Al contrario delle grandi religioni orientali, le tre occidentali pongono una netta divisione tra Dio e la sua creazione. La meta non è salvarsi dalla reincarnazione, ma essere liberati dal peccato e dalle colpe.
Lo sfondo ebraico del cristianesimo. Tutto ebbe inizio quando Dio creò il mondo; a un certo punto l'uomo si ribellò a Dio. La punizione non si limitò alla cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden: da quel momento la morte fece la sua comparsa. La disobbedienza degli uomini verso Dio rappresenta il filo conduttore di tutta la Bibbia. (Genesi - il diluvio, il patto con Abramo e il suo popolo, rinnovato quando Mosè ricevette le Tavole della Legge sul Sinai, intorno al 1200 a.C..
Nel 1000 a.C., molto tempo prima che nascesse la filosofia greca, furono i tre più grandi re d'Israele: Saul poi David e quindi Salomone. Tutti gli ebrei allora erano riuniti in un solo regno, soprattutto sotto David, vissero un periodo di splendore politico, militare e culturale. Quando i re venivano consacrati, erano unti dai sacerdoti. Per questo motivo prendevano il nome di Messia, che significa "unto". Dal punto di vista religioso, il re era considerato un intermediario tra Dio e il popolo e per questo era chiamato anche "figlio di Dio", mentre Israele era il "regno di Dio". Questo "salvatore" veniva visto come un liberatore nazionale che avrebbe posto fine alle sofferenze degli ebrei sotto il dominio romano.
Ma già un paio di secoli prima della nascita di Cristo, alcuni profeti ritenevano che il Messia promesso sarebbe stato il salvatore del mondo. Avrebbe liberato non solo gli ebrei ma anche tutti gli uomini dalla colpa, dal peccato e dalla morte. Nel 146 a.C., con la distruzione di Corinto, Roma conquista la Grecia e afferma definitivamente nell'area mediterranea la propria supremazia militare e politica. La nuova superpotenza conquistò tutti i regni ellenistici e, dal quel momento in poi, furono la cultura e la lingua romana a dominare dalla Spagna fino all'Asia.
Religione - Filosofia - Scienza
Le religioni che nacquero durante l'ellenismo avevano due caratteristiche in comune: anzitutto si fondavano su dottrine che aspiravano a liberare gli esseri umani dall'angoscia della morte, inoltre erano per lo più segrete. Seguendo i loro precetti e compiendo determinati rituali, l'uomo poteva sperare di ottenere l'immortalità dell'anima e di raggiungere la vita eterna.
Anche la filosofia divenne sempre più spesso una forma di salvezza e di consolazione per la vita. Il sapere filosofico infatti non solo possedeva un indiscusso valore intrinseco, ma avrebbe anche liberato l'uomo dalla paura della morte e dal pessimismo. In questo modo i confini tra religione e filosofia divennero assai labili. Anche la scienza ellenistica fu caratterizzata dalla fusione di esperienze culturali diverse. La città di Alessandria, in Egitto, svolse un ruolo chiave come punto d'incontro tra oriente e occidente. Mentre Atene conservò il suo ruolo di capitale della filosofia, Alessandria divenne il centro della scienza grazie alla sua enorme biblioteca, divenne il cuore degli studi di matematica, astronomia, biologia e medicina. La filosofia ellenistica intendeva fornire una risposta su come l'uomo avrebbe dovuto vivere e morire nel migliore dei modi.
Fu dunque l'etica a far la parte del leone, e nella nuova società sovranazionale, il progetto filosofico più rilevante fu proprio questo: ci si chiedeva in che cosa consistesse la vera felicità e in quale modo fosse possibile raggiungerla. Correnti filosofiche che si occuparono di tali questioni.
I Sofisti
Esponenti della filosofia e cultura greche del sec. V a.C. . Letteralmente "grandi sapienti". Le origini del movimento sono strettamente connesse a quel vasto rivolgimento politico e sociale che portò al governo in gran parte del mondo greco regimi democratici e dette l'avvio a un vasto processo di rinnovamento culturale e di critica radicale della tradizione: onde il frequente parallelismo istituito tra l'età dei sofisti e quella dell'Illuminismo. La nuova situazione richiedeva, come dicevano i greci, una nuova areté, una nuova "virtù", nel senso tipico di "capacità e abilità", e, nello stesso tempo, essendo la democrazia greca di quel periodo diretta e non rappresentativa, tutti avevano la possibilità di partecipare direttamente alle pubbliche discussioni, onde la necessità di far prevalere le proprie tesi mediante l'abilità persuasiva dei discorsi con cui venivano proposte.
Il fatto di proporsi a un tempo come maestri di virtù e come maestri di discorsi è la caratteristica che accomuna tutti i maggiori rappresentanti di questo movimento (Gorgia di Leontini, Protagora di Abdera, Anassagora, Prodico di Ceo, Ippia di Elide, eccetera), a prescindere dalla varietà delle loro dottrine particolari: il soggettivismo gnoseologico, il relativismo morale, la svalutazione delle grandi ipotesi naturalistiche, il prevalente interessamento per i problemi umani, il contrasto tra ciò che è per natura e ciò che è solo per convenzione, le varie teorie retoriche, linguistiche e dialettiche. La parola "sofisma" divenne sinonimo di ragionamento capzioso, impeccabile o addirittura geniale sul piano logico, assurdo sul piano sostanziale. I sofisti divennero il simbolo di una tendenza, nella società ateniese, di ricerca del successo, del denaro, del piacere, della carriera e di un certo annebbiamento degli ideali e della morale. Nel campo sociale predicarono l'estremo individualismo in quanto, contro le artificiose leggi dello stato, l'umano deve tornare alla natura senza soffrire restrizione alcuna.
I Cinici
Si dice che più di una volta Socrate, osservando la grande quantità di merci in vendita su una bancarella, commentasse: "Di quante cose non sento il bisogno!". Questa affermazione potrebbe essere usata come motto della filosofia cinica, che venne fondata ad Atene, intorno al 400 a.C.. Antistene era stato allievo di Socrate ed era rimasto colpito dalla sua parsimonia e dalla sua moderazione. I cinici affermavano che la vera felicità non si ottiene grazie alla ricchezza, al potere politico o a una salute di ferro, bensì disprezzando le cose esteriori, casuali ed effimere.
Tutti quindi possono ottenere la felicità e, una volta ottenuta, non la si può più perdere. Il cinico più famoso è Diogene di Sinope, allievo di Antistene. Si dice che vivesse in una botte e che non possedesse altro che un mantello, un bastone e una bisaccia in cui raccoglieva le cibarie.
Si racconta anche che, un giorno, mentre stava tranquillamente al sole, ricevette la visita di Alessandro Magno. Questi si fermò di fronte al saggio e gli chiese: "Chiedimi quello che vuoi". E Diogene rispose: "Lasciami il mio sole". In questo modo egli dimostrò di essere più felice e ricco del grande condottiero, perché aveva tutto ciò che desiderava. Secondo i cinici, un essere umano non deve preoccuparsi della propria salute, della sofferenza e della morte e, non deve interessarsi del dolore altrui. A giorno d'oggi i termini "cinico" e "cinismo" vengono usati per indicare un atteggiamento indifferente e insensibile verso gli altri esseri umani.
Scetticismo
Lo scetticismo dichiara che l'uomo non può accedere alla verità ultima delle cose e che la più alta forma di intelligenza e di saggezza consiste proprio nel riconoscere questo fatto, inequivocabilmente dimostrato, secondo gli scettici, dalla molteplicità delle filosofie e delle teologie in lotta fra loro. Il fondatore fu Pirrone che visse in semplicità e morì vecchissimo verso il 270 a. C., partecipò alla Campagna d'Oriente con Alessandro Magno.
Gli Stoici
Il fondatore fu Zenone di Cizio, giunse ad Atene intorno al 312 a.C. e seguì gli insegnamenti di maestri cinici. Verso il 300 a.C. Zenone fondò la sua scuola e, dato che era solito accogliere i suoi ascoltatori sotto un portico, (in greco stoà) essa fu chiamata "stoica".
Come per Eraclito, anche per gli stoici tutti gli uomini partecipano della stessa ragione del mondo, o lògos; inoltre, ogni essere umano è un mondo in miniatura, un microcosmo che è riflesso del macrocosmo. Questa teoria portò alla convinzione che esiste un "diritto di natura".
Il diritto di natura che non muta nel tempo e nello spazio vale per tutti gli esseri umani, anche per gli schiavi. Per gli stoici le legislazioni dei diversi Stati erano soltanto copie imperfette di un "diritto" che si trova nella natura stessa. In questo modo, gli stoici eliminarono la differenza tra il singolo individuo e l'universo e negarono anche l'ipotesi che esiste un'opposizione tra spirito e materia, tale concezione viene chiamata "monismo" a differenza del chiaro "dualismo" di Platone.
Gli stoici erano cosmopoliti, quindi più aperti ai fermenti culturali di quanto non fossero i cinici.
A loro parere, la comunità degli uomini si deve occupare di politica, e molti stoici furono attivi statisti: si ricorda l'imperatore romano Marco Aurelio (121 - 180 d.C.). Gli stoici contribuirono a diffondere la cultura e la filosofia greca a Roma, soprattutto grazie all'oratore, filosofo e uomo politico Cicerone (106 - 43 a.C.) al quale si deve il concetto di "umanesimo" cioè un atteggiamento nei confronti della vita che pone al centro di essa il singolo individuo.
Lo stoico Seneca (4 a.C. - 65 d.C.) disse alcuni anni più tardi che l'uomo è per l'uomo qualcosa di sacro, affermazione che diverrà il motto di tutto l'umanesimo.
Gli stoici sottolinearono anche che tutti i processi naturali compresa la malattia e la morte, seguono le leggi immutabili della natura, e quindi l'uomo deve assecondare il proprio destino; analogamente anche le circostanze liete vanno vissute con tranquillità. Tale posizione è simile a quella dei cinici, i quali sostenevano la necessità di rimanere distaccati in ogni circostanza.
Gli Epicurei
Socrate cercava di scoprire il modo in cui l'uomo potesse vivere una vita felice. I cinici e gli stoici lo interpretavano nel senso che l'uomo deve liberarsi dai beni materiali e dalle passioni.
Tra gli allievi di Socrate, ce ne fu uno, di nome Aristippo, secondo il quale lo scopo della vita doveva essere il raggiungimento del massimo piacere dei sensi. Aristippo identificava quindi il bene con il piacere e, di conseguenza, il male con il dolore. Sua intenzione era sviluppare un'arte del vivere che potesse evitare ogni forma di dolore. Il fine per i cinici e gli stoici era quello di sopportare il dolore. Nel 316 a.C., Epicuro (341 - 270 a.C.) fondò una scuola filosofica ad Atene e, sviluppando ulteriormente l'etica del piacere di Aristippo, la integrò con la teoria degli atomi di Democrito. Tale scuola situata in un giardino, era aperta a tutti (anche alle donne e gli schiavi). Da allora i seguaci di Epicuro (gli epicurei) vennero chiamati "quelli del giardino".
Epicuro sottolineò che il risultato di un'azione incentrata sul piacere deve essere sempre valutato alla luce di eventuali effetti collaterali. Secondo Epicuro, il piacere non corrisponde necessariamente al godimento fisico, ma anche a valori come l'amicizia o l'apprezzamento di un'opera d'arte. La padronanza di sé, la temperanza e la serenità d'animo - ideali ricorrenti nella cultura greca fin dall'antichità rappresentano condizioni indispensabili per godere la vita: i desideri e le passioni infatti non vanno assecondati, ma dominati.
"Il più terribile dei mali, la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c'è, e quando essa arriva, noi non siamo più". E' assurda la paura della morte, la quale non è nulla; il piacere, quando lo si intende correttamente, è a disposizione di tutti. Paragonare il compito del filosofo a quello del medico non era un fatto nuovo nel pensiero greco.
Secondo Epicuro, l'uomo deve dotarsi di una "farmacia ambulante filosofica". A differenza degli stoici, gli epicurei mostrarono uno scarso interesse per la politica e la società. "Vivi nascosto!". Alla morte di Epicuro, alcuni dei suoi seguaci si orientarono unicamente verso una ricerca affannosa del piacere. Il motto divenne: "vivi l'istante". Il termine epicureo viene oggi usato con significato dispregiativo per indicare una persona dedita soltanto ai piaceri mondani.
Il Neoplatonismo
I cinici, gli stoici e gli epicurei si rifacevano al pensiero socratico. Inoltre accoglievano motivi propri dei presocratici come Eraclito e Democrito. La corrente più importante si ispirò alla dottrina delle idee di Platone e per questo venne chiamata neoplatonismo.
Il suo esponente più significativo fu Plotino. Nato a Licopoli, in Egitto, tra il 202 e il 205 d.C., studiò filosofia ad Alessandria, città che per molti secoli era stato punto di incontro tra la filosofia greca e la mistica orientale. Intorno ai quarant'anni si trasferì a Roma, portandovi una dottrina di salvezza che, per così dire, entrò in concorrenza con quella cristiana, che proprio allora cominciava ad acquistare una certa importanza. Comunque il platonismo avrebbe esercitato una forte influenza sulla teologia cristiana. Platone distingueva tra il mondo delle idee e il mondo sensibile. Analogamente aveva introdotto una netta divisione tra l'anima umana e il corpo umano. Il corpo fatto di terra e polvere come tutto ciò che appartiene al mondo sensibile, l'anima immortale. Questa concezione era assai diffusa tra i greci già molto tempo prima di Platone. Plotino inoltre conosceva bene le concezioni analoghe diffuse in Asia. Alcune volte, nel corso della sua vita visse un'esperienza mistica: sentì cioè la sua anima fondersi con Dio.
Si parla di un'esperienza mistica quando si ha il senso di un'unità con Dio o con l'anima del mondo. Alla base di questa esperienza c'è il sentimento che quello che noi chiamiamo "io" in realtà non sia il nostro vero io. Per brevi attimi ci possiamo sentire parte di un io più grande. Alcuni mistici lo chiamano Dio, per altri è l'anima del mondo o la natura nella sua totalità.
Una volta un mistico disse: "Quando esisteva il mio io, non esisteva Dio. Adesso esiste Dio e io non esisto più". Il mistico cristiano Angelus Silesius (1624-1677) affermò: "Oceano diventa ogni goccia quando raggiunge l'oceano e così l'anima diventa Dio quando raggiunge Dio".
Fino al 300 il culto cristiano era perlopiù proibito, però nell'anno 313, il cristianesimo divenne una religione riconosciuta nell'impero romano: ciò avvenne sotto l'imperatore Costantino. Dal 380 divenne religione di Stato in tutto l'impero romano. Ma le fondamenta dell'impero romano avevano cominciato a scricchiolare. E' stato uno dei mutamenti culturali più importante della storia.
A partire dal 300, Roma venne minacciata sia dai popoli che premevano a Nord sia da conflitti interni. Nel 330 l'imperatore Costantino trasferì la capitale dell'impero romano a Costantinopoli, città che lui stesso aveva fondato sul mar Nero e che venne considerata la seconda Roma.
Trasportando la capitale da Roma a Bisanzio, che prese il nome di Costantinopoli, diede il pratico avvio alla formazione dell'impero bizantino. Con l'instaurazione di un sistema di successione dinastica, l'adozione delle insegne del potere proprie dei despoti orientali e l'attuazione di un imponente complesso di riforme militari e amministrative in senso accentratore, concluse la trasformazione dell'impero in monarchia assoluta.
Nel 395 l'impero romano fu diviso in due: l'impero romano d'occidente, con Roma al centro e l'impero romano d'oriente con Costantinopoli come capitale. Nel 410 Roma, sotto l'imperatore Onorio, (Costantinopoli,384 - Ravenna, 423) fu saccheggiata da tribù barbare guidate da Alarico e nel 476 l'impero romano d'occidente cessò di esistere. Quello d'oriente sopravvisse come Stato fino al 1453, quando i Turchi conquistarono Costantinopoli, e la città prese il nome di Istanbul.
Un'altra data importante da ricordare è il 529: in quell'anno fu chiusa l'Accademia di Platone ad Atene e sempre nello stesso anno, fu istituito l'ordine dei Benedettini, il primo grande ordine monastico. Il 529 fu l'anno in cui la Chiesa cristiana pose un freno alla filosofia greca.
Da allora, i monasteri e le abbazie ebbero il monopolio dell'insegnamento, sulle speculazioni filosofiche e su ogni tipo di approfondimento spirituale. Quando il cristianesimo penetra nel mondo greco - romano, avviene uno scontro drammatico tra due aree culturali, uno scontro gravido di conseguenze che implica tra l'altro uno dei più grandi mutamenti culturali della storia. Siamo nel punto di abbandonare l'antichità. Sono trascorsi quasi mille anni dai primi filosofi greci. Davanti abbiamo il Medioevo cristiano. Anche questo durò all'incirca mille anni.
Con Medioevo si intende il periodo che intercorre tra due altre epoche. Questo termine viene coniato nel Rinascimento che considerò il Medioevo una "notte lunghissima durata mille anni", scesa sull'Europa tra l'antichità e il Rinascimento. Ancora oggi il termine "medioevale" ha un senso negativo: indica qualcosa di ottuso, di retrogrado.
Tuttavia è stato anche definito "un periodo di crescita durato mille anni". Per esempio, fu proprio nel Medioevo che il sistema scolastico prese forma. Già all'inizio del Medioevo nei monasteri sorsero le prime scuole, a partire dal XII secolo nacquero anche quelle annesse alle cattedrali e intorno al XIII secolo vennero fondate le prime università.
Ancora oggi le materie le materie vengono suddivise in gruppi diversi o facoltà come si faceva nel Medioevo. Mille anni sono un arco di tempo molto lungo. Ma il cristianesimo ebbe bisogno di molto tempo per penetrare in profondità tra la gente. Nel corso del Medioevo nacquero anche le diverse nazioni, con città borghesi, la musica e la poesia popolari, personaggi fiabeschi come Biancaneve e una folta schiera di splendidi principi e maestosi re, coraggiosi cavalieri e splendide e leggiadre donzelle. Il Medioevo non fu soltanto un periodo buio e triste, ma in particolare i primi secoli furono davvero una fase di decadenza culturale.
L'epoca romana si era contraddistinta per il suo alto grado di civiltà. Le città erano dotate di un sistema fognario pubblico, come erano pubblici i bagni e le biblioteche, per non parlare delle imponenti realizzazioni architettoniche. Questa cultura si disintegrò nei primi secoli del Medioevo e ciò coinvolse anche il commercio e l'economia basata sul denaro. Nel Medioevo si assisté al ritorno di un'economia di sussistenza del tipo domestico e alla forma di baratto, soprattutto per quanto riguardava i prodotti in natura. L'economia fu caratterizzata anche dal feudalesimo, in cui alcuni grandi signori, feudatari, possedevano la terra che i contadini dovevano coltivare per avere di che vivere. Anche la popolazione calò notevolmente nei primi secoli. Roma, per esempio, aveva raggiunto durante l'antichità un milione di abitanti, ma giù nel 600 il loro numero si era ridotto a quarantamila. Una sparuta popolazione circolava tra i resti delle imponenti costruzioni erette durante il periodo di massimo splendore e, quando c'era bisogno di materiale da costruzione, bastava andare a prendere quello delle rovine.
La potenza politica di Roma si dissolse sul finire del 300 d.C., ma il vescovo di Roma divenne ben presto l'autorità suprema di tutta la Chiesa cattolica. Fu chiamato "papa" o "padre", e venne considerato il vicario di Gesù sulla terra.. Così Roma assunse la funzione di "capitale della Chiesa". Il vecchio impero romano si divise a poco a poco in tre aree culturali: nell'Europa occidentale si diffuse una cultura cristiana di lingua latina, con Roma capitale; nell'Europa orientale una cultura cristiana di lingua greca: la capitale era Costantinopoli, che in seguito prese il nome greco di Bisanzio. Ma anche l'Africa settentrionale e il Medio Oriente avevano fatto parte dell'impero romano. In quest'area si sviluppò nel Medioevo una cultura musulmana in lingua araba.
Dopo la morte di Maometto, avvenuta nel 632, sia il Medio Oriente sia l'Africa settentrionale si convertirono all'islamismo. Quest'area culturale araba includeva anche parte della Spagna. L'Islam ebbe i suoi luoghi sacri come la Mecca, Medina, Gerusalemme e Bagdad.
Dal punto di vista storico-culturale è importante ricordare che l'antica città ellenistica di Alessandria venne conquistata dagli arabi che ebbero così modo di assimilare la scienza greca.
Per tutto il Medioevo, gli arabi furono all'avanguardia nelle scienze quali la matematica, l'astronomia e la medicina. Ancora oggi usiamo i "numeri arabi" e in molti ambiti la cultura araba fu superiore a quella cristiana. La filosofia greca fu come un grande fiume che per un tratto si divide in tre corsi d'acqua che poi si ricongiungono.
La cultura greco-latina venne trasmessa in parte attraverso quella cattolico - romana a occidente, in parte attraverso la cultura romano orientale e in parte attraverso la cultura araba a sud. Semplificando, si può dire che il neoplatonismo fu trasmesso a ovest, la dottrina di Platone a est e quella di Aristotele presso gli arabi a sud, anche se in ognuno di questi tre corsi d'acqua erano comunque presenti tracce di tutto il resto. Il punto fondamentale è che sul finire del Medioevo questi tre fiumi confluiscono nell'Italia settentrionale. L'influenza araba giunse dagli arabi di Spagna, quella greca dalla Grecia e da Bisanzio.
Comincia il "Rinascimento", la rinascita della cultura dell'antichità e quindi, in un modo o nell'altro, la cultura greca sopravvisse al lungo Medioevo. I filosofi del Medioevo diedero praticamente per scontato che il cristianesimo fosse fonte di verità. Le questioni principali erano altre: bisognava soltanto credere alla rivelazione cristiana o ci si poteva avvicinare alle verità cristiane con l'aiuto della ragione? Che relazione c'era tra i filosofi greci e quanto era contenuto nella Bibbia? Esisteva una contraddizione di fondo tra la Bibbia e la ragione, o era possibile conciliare la fede e il sapere? Quasi tutta la filosofia medioevale si occupò di queste domande.
I due maggiori filosofi medioevali furono Agostino e Tommaso d'Aquino. Agostino (354 - 430) nacque a Tagaste, oggi Souk-Ahras, Numidia - morì a Ippona, oggi Bona, Africa settentrionale. All'età di sedici anni si trasferì a Cartagine a studiare. In seguito si recò a Roma e a Milano, e trascorre gli ultimi anni della sua vita come vescovo di Ippona, alcune miglia a est di Cartagine.
Agostino non fu sempre cristiano. Conobbe molte religioni e correnti filosofiche prima di convertirsi al cristianesimo. Per un certo periodo di tempo fu manicheo.
I manichei erano una setta religiosa della tarda antichità, con una dottrina di salvezza in parte religiosa in parte filosofica. Il pensiero centrale era che il mondo fosse diviso in bene e male, spirito e materia. Attraverso lo spirito, l'uomo poteva sollevarsi al di sopra della materia del mondo e porre così le basi per la salvezza della sua anima. Questa divisione rigorosa tra bene e male non dava pace al giovane Agostino, che nutriva un profondo interesse per il "problema del male".
Agostino si interrogava su quale fosse l'origine del male. Per un certo periodo venne influenzato dalla filosofia stoica e, secondo gli stoici, non esisteva nessuna rigida suddivisione tra il bene e il male; ma soprattutto subì l'influsso dell'altra importante corrente filosofica della tarda antichità: il neoplatonismo, con la sua concezione che l'intera esistenza sia di natura divina. Agostino divenne cristiano, ma il suo cristianesimo è profondamente influenzato dal modo di pensare platonico.
Nel Medioevo cristiano non si ha una evidente rottura nei confronti della filosofia greca: anzi, buona parte di essa penetrò in questo nuovo periodo. E ciò avvenne grazie ai Padri della Chiesa, come Agostino. Egli individuava somiglianze così evidenti tra la filosofia platonica e dottrina cristiana che si chiese se Platone non avesse conosciuto l'Antico Testamento, almeno in parte. È poco probabile. Agostino affermò che, in merito alle questioni religiose, esistono dei limiti che la ragione non può superare. Il cristianesimo è un mistero divino cui possiamo avvicinarci soltanto con la fede. Era arrivato alla conclusione che la filosofia aveva dei limiti al di là dei quali non si poteva andare. Agostino affermò che Dio aveva creato il mondo dal nulla, e questo è un pensiero biblico. I greci erano inclini a credere che il mondo fosse sempre esistito.
Tuttavia, prima che Dio creasse il mondo, le "idee" esistevano nella Sua mente, diceva Agostino. Quindi per lui le idee platoniche erano in Dio e in questo modo tenne conto della concezione platonica delle idee eterne. Era d'accordo con Plotino nell'affermare che il male non ha un'esistenza reale e autonoma perché è "assenza di Dio": in altre parole non esiste, in quanto la creazione di Dio è solo buona. Il male è causato dalla disobbedienza degli uomini, diceva Agostino, e afferma che esiste un insormontabile divario tra Dio e il mondo.
Si rifà quindi alla Bibbia e rifiuta la dottrina di Plotino secondo il quale tutto è uno. Ma afferma anche che l'uomo è un essere spirituale: ha un corpo materiale, appartenente al mondo fisico che gli agenti materiali corrodono, ma possiede anche un'anima in grado di conoscere Dio.
Secondo Agostino, tutto il genere umano si è dannato dopo il peccato originale: ciò nonostante Dio ha deciso che alcuni saranno salvati dalla dannazione eterna. In merito al disegno divino Agostino nega che un uomo abbia il diritto di criticare Dio. Nell'affermare questo, fa riferimento a ciò che Paolo scrisse nella Lettera ai Romani: "Ma chi sei tu, o uomo, che ti metti in contraddittorio con Dio? Dirà forse l'oggetto plasmato a colui che lo plasmò: perché mi facesti così? O non ha forse il vasaio piena disponibilità sull'argilla, così da fare della stessa massa argillosa un vaso destinato a un uso onorifico e un vaso destinato a un uso banale?".
Ma Agostino non toglie all'uomo la responsabilità nei confronti della propria vita: possediamo il libero arbitrio, quindi possiamo scegliere come vivere.
Secondo Socrate tutti gli uomini hanno le stesse possibilità perché tutti sono dotati della stessa ragione. Agostino invece divide gli uomini in due gruppi, dove uno viene salvato e l'altro no. Con la teologia di Agostino ci si è allontanati dall'umanesimo di Atene. Comunque non fu Agostino a dividere gli uomini in due gruppi: si richiama all'insegnamento contenuto nella Bibbia sulla salvezza e sulla dannazione approfondendo questo tema in una grande opera "De Civitate Dei" (La Città di Dio). L'espressione "Città di Dio" o "Regno di Dio" deriva dalla Bibbia e dalla predicazione di Gesù. Secondo Agostino, è il conflitto tra la città di Dio e la città terrena: la prima aspira alla gloria divina e vive secondo principi di carità e amore; la seconda aspira alla gloria degli uomini ed è dominata da una stolta cupidigia di predominio.
Sebbene scelga come simboli Gerusalemme e Roma, nella sua opera, non fa mai coincidere la città di Dio con la Chiesa (perché, dice, anche la Chiesa ha il buono e cattivo). Tuttavia questa fu l'interpretazione che si impose (anche in seguito alla lotta per il potere tra la Chiesa e lo Stato che si protrasse per tutto il Medioevo) e la città di Dio di Agostino finì con l'identificarsi in tutto e per tutto con la Chiesa come istituzione. "Non c'è salvezza al di fuori della Chiesa" si diceva.
Soltanto con la Riforma nel XVI secolo ci si oppose al fatto che l'uomo dovesse passare attraverso la Chiesa per ottenere la salvezza di Dio. È importante tenere presente che Agostino fu il primo filosofo a inserire la storia nella sua filosofia, richiamandosi alla concezione lineare della storia contenuta nell'Antico Testamento, secondo la quale, Dio si serve della storia per realizzare la Città di Dio. La storia è necessaria per educare gli uomini e per annientare il male, per usare le parole di Agostino: "La Divina Provvidenza guida la storia dell'umanità da Adamo sino alla fine della storia, come se la storia fosse un singolo essere umano che si sviluppa gradualmente dall'infanzia alla vecchiaia". Prima di arrivare al secondo grande filosofo medioevale, Tommaso d'Aquino, trascorrono alcuni secoli nei quali sono i monasteri a dominare l'insegnamento, questo fino all'anno mille. Poi vengono fondate le prime scuole annesse alle cattedrali e nel XII secolo le prime università. Vengono costruite le prime cattedrali gotiche. Le cattedrali furono costruite soltanto per accogliere grandi comunità di fedeli. Furono innalzate in onore a Dio e rappresentano in sé una specie di funzione religiosa. Nell'Alto Medioevo cominciò a farsi sentire l'influenza degli arabi di Spagna. Per tutto il Medioevo gli arabi mantennero viva la tradizione aristotelica con commenti e traduzioni del filosofo greco che vennero poi tradotti in latino e fatti conoscere in occidente. Questo fatto creò un rinnovato interesse per le scienze naturali. Inoltre ripropose il problema del rapporto tra la rivelazione cristiana e la filosofia greca. Ormai nelle questioni proprie alle scienze naturali, il ricorso ad Aristotele divenne obbligato.
Tommaso d'Aquino, il più importante filosofo e teologo medioevale (1225 - 1274), era originario della cittadina di Aquino, tra Roma e Napoli, ma operò anche come maestro in teologia a Parigi. Si può dire che Tommaso "cristianizzò" Aristotele come Agostino, all'inizio del Medioevo, aveva cristianizzato Platone. Quando si parla di cristianizzazione dei due grandi filosofi greci, si intende che furono interpretati e spiegati in modo da non rappresentare più una minaccia per la dottrina cristiana. Tommaso fu tra quelli che cercarono di conciliare la filosofia di Aristotele con il cristianesimo. Creò la grande sintesi tra la fede e il sapere. Secondo Tommaso non esisteva necessariamente una contraddizione tra quello che dice la filosofia, o la ragione, e quello che dice la rivelazione cristiana, o la fede. Per questo, con l'aiuto della ragione, possiamo giungere alle stesse verità contenute nella Bibbia. Per Tommaso ci sono due strade per arrivare a Dio: la prima attraverso la rivelazione o la fede, la seconda attraverso la ragione e l'osservazione basata sui sensi. Di queste due strade , la prima è la più sicura, perché è facile sbagliarsi se si fa affidamento soltanto alla ragione. Per Tommaso era importante dimostrare che esiste una sola verità. Un'affermazione di Aristotele, giusta in base alla ragione, non è in contrasto con la dottrina cristiana. Noi possiamo raggiungere una parte della verità con l'aiuto della ragione e dell'osservazione basata sui sensi: quando Aristotele descrive il regno vegetale o animale, parla di queste verità. Dio attraverso la Bibbia ci ha rivelato l'altra parte. Tuttavia queste due parti coincidono in diversi punti.
Esistono domande cui la Bibbia e la ragione rispondono allo stesso modo. Per esempio: Dio esiste? Anche la filosofia di Aristotele partiva dal presupposto che esiste un Dio, un primo motore, che mette in moto tutti i processi naturali, ma non fornisce una precisa descrizione di Dio. Su questo punto dobbiamo attenerci esclusivamente alla Bibbia e alla predicazione di Gesù. Anche con la ragione possiamo comprendere che tutto ciò che ci circonda deve avere "una causa prima" diceva Tommaso. Esistono dunque sia una "teologia rivelata" sia una "teologia naturale". Questo vale anche per l'etica: La Bibbia ci spiega come Dio vuole che viviamo.
Ma Dio ci ha dato anche una coscienza, la quale ci permette di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato partendo da una base naturale. Sappiamo che è sbagliato fare del male a qualcuno anche se non abbiamo letto la Bibbia. È più o meno come quando sappiamo che c'è il temporale perché vediamo il lampo e sentiamo il tuono. Anche se siamo ciechi, possiamo sentire il tuono e se siamo sordi possiamo vedere il lampo. Naturalmente la cosa migliore è vedere e sentire, ma non esiste contraddizione tra quello che vediamo e quello che sentiamo.
Tommaso riprese la filosofia di Aristotele in quegli ambiti in cui essa non entrava in contraddizione con la teologia cristiana, vale a dire che la logica, la teoria della conoscenza e la filosofia della natura. Pochi anni dopo la morte di Tommaso d'Aquino, l'unità culturale cristiana cominciò a incrinarsi. La filosofia e la scienza si staccarono sempre più dalla teologia della Chiesa, e questo comportò anche per la religione un rapporto più libero con la ragione.
Molti pensatori sostennero che era impossibile avvicinarsi a Dio per mezzo dell'intelletto perché Dio rimaneva comunque incomprensibile alla nostra mente. Per l'uomo, la cosa più importante non era capire il mistero cristiano, bensì sottomettersi alla volontà di Dio. La maggior libertà di rapporti tra religione e scienza aprì la strada a un nuovo metodo scientifico e a un nuovo fervore religioso che determinarono, nel Quattrocento e nel Cinquecento, la nascita di due importanti movimenti:
Il Rinascimento e la Riforma
Con il temine Rinascimento (Rinascita) si fa riferimento a un periodo storico contraddistinto da una grandiosa fioritura culturale che ebbe inizio a partire dal XIV secolo. Ebbe origine in Italia, ma si diffuse rapidamente in quasi tutta Europa fra XV e il XVI secolo. Ciò che rinacque furono la cultura e le arti antiche. Si parla di "Umanesimo rinascimentale" perché l'uomo tornò a essere il punto di partenza e il centro di tutto, dopo che nel Medioevo ogni aspetto della vita era interpretato alla luce di Dio. Il motto di questo periodo fu "ritornare alle fonti", in primo luogo quelle dell'Umanesimo antico. Si riaccese l'interesse per la cultura greca, anche perché la si considerava importante da un punto di vista pedagogico: attraverso lo studio delle materie umanistiche si raggiungeva infatti una formazione classica che incoraggiava lo sviluppo delle qualità umane. L'idea di fondo era: "Dobbiamo ricevere un'educazione per diventare esseri umani". Presupposti fondamentali per l'evoluzione di quel periodo furono alcune scoperte tra cui la bussola, la polvere da sparo e l'arte della stampa. La bussola fu un elemento chiave per i viaggi d'esplorazione.
Le nuove armi resero gli europei militarmente superiori. L'arte della stampa fu determinante nella diffusione del pensiero rinascimentale e contribuì a infrangere il monopolio della Chiesa, fino allora unica intermediaria del sapere. In seguito, le invenzioni di nuovi strumenti si susseguirono a grande velocità: il cannocchiale, per esempio, destinato a rivoluzionare l'astronomia.
Vi furono profondi mutamenti nel campo della cultura e dell'economia. Presupposto fondamentale fu il passaggio da un'economia domestica a un'economia monetaria: sul finire del Medioevo, si erano sviluppati nelle città un solido artigianato e un attivo commercio di merci nuove che portarono a una notevole circolazione di denaro e alla creazione del sistema bancario.
Nacque così una borghesia affrancata dalle condizioni imposte dalla natura. Tutto ciò che era necessario per vivere poteva essere acquistato con il denaro. Questa evoluzione favorì e sollecitò la fantasia, l'iniziativa e le capacità del singolo individuo. Come la filosofia greca si era staccata dall'immagine mitologica del mondo, analogamente, i borghesi del Rinascimento cominciarono a liberarsi dei feudatari e del potere della Chiesa. Questa evoluzione fu parallela alla riscoperta della cultura greca, resa possibile da un contatto più stretto con gli arabi di Spagna e con la cultura bizantina in Oriente. Anzitutto il Rinascimento portò a una nuova concezione dell'essere umano. Gli umanisti rinascimentali avevano una fede nuova nell'uomo e nel suo valore, una fede che era in netto contrasto con l'insistenza monocorde sulla natura peccaminosa dell'essere umano che aveva caratterizzato tutto il Medioevo.
L'uomo veniva adesso considerato come un essere infinitamente grande e prezioso. Il Rinascimento fu caratterizzato da un più profondo individualismo: non siamo semplicemente uomini, bensì individui unici, e tale pensiero portò al culto del genio. Il nuovo ideale fu il cosiddetto "uomo rinascimentale", cioè un essere umano impegnato in tutti i campi del sapere, delle arti e delle scienze. La rinnovata attenzione all'uomo determinò anche un profondo interesse per l'anatomia e, come nell'antichità, si ritornò a sezionare i cadaveri per capire come fosse costruito il corpo umano.
Un passo importante sia per la scienza sia per l'arte, dove si ritornò a rappresentare l'uomo nudo, si può dire, dopo mille anni di pudore. L'essere umano osò nuovamente essere se stesso: non aveva più nulla di cui vergognarsi. L'essere umano non esisteva soltanto in funzione di Dio, ma Dio aveva creato l'uomo anche in funzione dell'uomo stesso, il quale poteva dunque vivere con gioia la propria vita. Inoltre, dato che poteva svilupparsi liberamente, aveva di fronte a sé un numero infinito di possibilità. La meta era superare ogni limite, e anche questo era nuovo rispetto all'umanesimo antico, che insisteva invece sulla temperanza, sulla serenità e sul dominio di sé, per ciò gli uomini del Rinascimento non furono particolarmente moderati perché sentivano che tutto il mondo si era risvegliato. E c'era una profonda consapevolezza di appartenere a un'epoca.
Fu proprio in quel periodo che fu coniata la parola "Medioevo" come denominazione dell'arco di tempo intercorso tra l'antichità e questa epoca. Si verificò una fioritura senza uguali che investì tutti i campi, dall'arte all'architettura, dalla letteratura alla musica, dalla filosofia alla scienza. Ad esempio: Roma antica, che veniva chiamata "la città delle città" e "il centro del mondo", durante il Medioevo la città attraversò un periodo di grande decadenza e, nel 1417, contava soltanto 17.000 abitanti. L'obiettivo politico - culturale degli umanisti rinascimentali fu far rinascere Roma. I papi, alcuni dei quali essi stessi umanisti, intrapresero la ricostruzione e l'ampliamento dell'antica basilica di San Pietro, sorta sulla tomba dell'apostolo. Alcune delle più grandi figure del Rinascimento furono coinvolte nel più imponente progetto del mondo; la basilica ha una lunghezza di ca. 200 m., un altezza di 130 m. alla cupola e una superficie di oltre 15.000 mq.. Avviati nel 1506, i lavori di ricostruzione continuarono per centoventi anni, e ne trascorsero altri cinquanta prima che la piazza antistante la basilica fosse finita.
Nel Rinascimento si formò anche una nuova visione della natura. Che l'uomo vivesse con gioia la sua esistenza, senza più considerare la vita sulla terra come una preparazione alla vita celeste, modificò l'atteggiamento verso il mondo fisico. La natura venne considerata come qualcosa di positivo e, secondo molti pensatori, Dio era presente nel creato perché, essendo Egli infinito, doveva trovarsi ovunque. Questa concezione venne chiamata "Panteismo".
I filosofi medioevali avevano affermato che esisteva un'insormontabile divisione tra Dio e il creato. Adesso si diceva che la natura era divina, era una manifestazione di Dio. Queste nuove idee non vennero sempre accolte con benevolenza dalla Chiesa e un esempio drammatico di tale ostilità ci viene offerto dalla vicenda di un filosofo, Giordano Bruno.
Egli affermò non soltanto che Dio è presente in natura - la quale è tutta viva, animata - ma anche che il cosmo è infinito. Fu condannato come eretico e arso vivo in Campo de' Fiori, a Roma, nel 1600. Questo esempio dimostra che, durante il Rinascimento, si manifestò anche quello che si può definire "antiumanesimo" espressione autoritaria del potere della Chiesa e dello Stato. Fu il periodo dei processi alle streghe, dei roghi degli eretici, della magia e della superstizione, di sanguinose guerre di religione e della brutale conquista dell'America: l'Umanesimo si sviluppò su uno sfondo molto cupo. Nessuna epoca è o soltanto buona o soltanto cattiva. Tuttavia il presupposto fondamentale dello sviluppo tecnico, successivo al Rinascimento, fu la nascita di un nuovo metodo scientifico, cioè di un nuovo atteggiamento nei confronti della scienza. Si basava innanzi tutto su un'indagine della natura compiuta ricorrendo ai propri sensi. Già a partire dal XIV secolo molti studiosi presero a criticare la fede cieca nelle autorità, rappresentate dai dogmi della Chiesa e dalla filosofia della natura di Aristotele.
Nel Rinascimento si affermò l'importanza dell'osservazione diretta, dell'esperienza e della sperimentazione di ogni indagine sulla natura: questo metodo venne chiamato "empirico".
A partire dal Rinascimento, l'uomo non è più soltanto una parte del creato. L'uomo agisce direttamente sulla natura e la plasma secondo le proprie esigenze. Gli uomini avevano camminato sotto il cielo, levando lo sguardo verso il Sole, la luna, le stelle e i pianeti, ma non avevano mai messo in dubbio che la Terra fosse il centro dell'universo. Nessuna osservazione aveva mai confutato la certezza che la terra fosse ferma e che gli altri "corpi celesti" le orbitassero intorno: visione chiamata "geocentrica". La concezione cristiana di Dio che troneggia su tutti i corpi celesti contribuì a conservare questa visione del mondo.
Nel 1543 fu pubblicato uno studio intitolato "Sui movimenti delle sfere celesti", fatto dall'astronomo polacco Niccolò Copernico, che morì lo stesso giorno in cui uscì il libro.
Secondo Copernico, non è il sole a ruotare intorno alla terra, bensì il contrario e le sue osservazioni confermavano questa ipotesi. Secondo lui, gli uomini avevano creduto che il Sole ruotasse intorno alla Terra perché la Terra ruotava sul proprio asse. Copernico mostrò che sia la Terra sia gli altri pianeti avevano un moto circolare intorno al Sole. Questa visione del mondo viene chiamata eliocentrica. Ma anche l'ipotesi di Copernico non è del tutto corretta perché affermò che il sole è il centro dell'universo. Oggi sappiamo che il Sole è solo una delle innumerevoli stelle esistenti nel cosmo, e che tutte le stelle che ci circondano formano soltanto una dei miliardi di galassie. Copernico credeva anche che la terra e gli altri pianeti si muovessero circolarmente intorno al Sole. La sua cosmologia era ancora legata alla vecchia concezione secondo la quale i corpi celesti erano perfettamente sferici e si muovevano seguendo orbite circolari.
Fin dai tempi di Platone, la sfera e il cerchio erano considerati le figure geometriche perfette, ma all'inizio del Seicento, l'astronomo tedesco Keplero, poté dimostrare che i pianeti si muovono seguendo una traiettoria ellittica, inoltre che la velocità dei pianeti è massima quando sono vicini al Sole, più lenta quando la loro orbita è lontana dal Sole. Soltanto con Keplero si cominciò a prendere in considerazione l'idea che la Terra fosse un pianeta come tutti gli altri: egli sostenne infatti che l'intero universo è governato dalle stesse leggi fisiche.
Quasi contemporaneo di Keplero fu Galileo Galilei. Galileo usava il cannocchiale per esaminare i corpi celesti: studiò i crateri lunari e affermò che la Luna aveva monti e valli come la Terra. Scoprì che Giove aveva quattro lune, quindi la Terra non era l'unico pianeta ad avere una Luna.
Ma cosa più importante Galileo fu il primo a formulare il cosiddetto "principio d'inerzia"; cioè: "un corpo rimane nel suo stato di quiete o di moto - finché non intervengono forze esterne sufficienti a modificare tale stato" Galileo lo utilizzò per confutare una diffusa obiezione alla tesi che la Terra ruoti intorno al proprio asse: se così fosse, si diceva, lanciando verso l'alto in linea retta una pietra, cadrebbe a molti metri di distanza dal punto in cui è stata scagliata, questo non avviene perché ci si trova in un "sistema chiuso" cioè l'aria circostante della terra si muove insieme a essa e i corpi cadono come se la Terra fosse immobile; "principio della relatività galileiana".
La descrizione definitiva del sistema solare e del movimento dei pianeti la si deve a Isaac Newton, (1642 - 1727), che non si limitò a illustrare come avviene il movimento dei pianeti intorno al Sole, ma ne spiegò anche il perché. E fu in grado di farlo anche grazie ai principi formulati da Galileo.
Già Keplero aveva osservato che doveva esistere una forza tale per cui i corpi celesti si attraessero a vicenda. Ci doveva essere una forza che manteneva i pianeti nelle loro orbite. Questa forza poteva anche fornire una spiegazione al perché la velocità dei pianeti cambia in rapporto della loro distanza dal Sole. Secondo Keplero, anche l'alta e bassa marea erano causate da una forza proveniente dalla luna. Galileo, a torto, negò questa tesi pensando che le forze di gravitazione non erano in grado di agire a grande distanza, quindi tra i corpi celesti. Newton formulò la "legge della gravitazione universale": "un oggetto ne attrae un altro con una forza che aumenta in rapporto alla massa degli oggetti e diminuisce in relazione all'aumentare della distanza degli oggetti".
Newton affermò che quest'attrazione è universale, cioè vale ovunque, anche nello spazio fra i corpi celesti. Si dice che gli fosse venuta quest'idea un giorno quando vide cadere una mela da un albero, si chiese se la luna venisse attratta verso la terra dalla stessa forza e se era per questo che la luna continua a ruotare intorno alla terra. Newton affermò anche che alcune regole fisiche valgono ovunque, in tutto l'universo, e le mise a punto servendosi dei risultati raggiunti da Galileo.
Fu in grado di spiegare perché tutti i pianeti ruotano intorno al Sole. La traiettoria ellittica compiuta dai pianeti intorno al Sole è il risultato di due moti diversi: il primo è rettilineo e fu impresso ai pianeti quando si formò il sistema solare, mentre il secondo è un moto diretto verso il sole dovuto alla gravitazione o forza di gravità. La concezione eliocentrica del mondo aveva ottenuto la sua spiegazione definitiva. La nuova concezione del mondo fu sotto molti aspetti un duro colpo, simile a quello che l'umanità dovrà subire nell'Ottocento a causa delle teorie evoluzionistiche di Charles Darwin. In entrambi i casi gli uomini dovettero rinunciare, almeno in parte, alla loro posizione di privilegio nel creato, e in entrambi i casi la Chiesa si oppose strenuamente.
La fede di Newton in Dio non vacillò affatto: al contrario, egli considerava le leggi naturali una testimonianza della potenza e della grandezza di Dio. Prima il centro del mondo era rappresentato dalla terra: quando però gli astronomi dimostrarono che non esiste un centro assoluto nell'universo, i punti centrali divennero numerosi quanto gli esseri umani.
Il Rinascimento portò inoltre a una nuova visione del rapporto con Dio. A mano a mano che la scienza e la filosofia si staccavano dalla teologia, la devozione cristiana crebbe. E la concezione individualistica rinascimentale dell'essere umano assume grande importanza anche nella fede religiosa. Il rapporto del singolo individuo con Dio divenne più importante di quello con la Chiesa come istituzione. Nella Chiesa cattolica medioevale la liturgia latina e la preghiera erano la spina dorsale delle funzioni religiose: però soltanto i sacerdoti e i monaci leggevano la Bibbia, perché era scritta in latino. A partire dal Rinascimento, la Bibbia fu tradotta dall'ebraico e dal greco nelle lingue volgari, e questo fu molto importante per la Riforma. Vi furono riformatori che preferirono rimanere nell'ambito della Chiesa cattolica romana. Uno di questi fu Erasmo da Rotterdam.
Martini Lutero invece, ruppe con la Chiesa cattolica. Secondo Lutero, l'uomo non ha bisogno della Chiesa o dei sacerdoti per ottenere il perdono di Dio, e ancor meno il perdono di Dio dipende dal pagamento delle indulgenze alla Chiesa. Il cosiddetto commercio delle indulgenze fu comunque vietato dalla Chiesa cattolica intorno alla metà del XVI secolo.
Lutero prese posizione contro molte verità di fede e usi religiosi che la Chiesa aveva fatto suoi durante il Medioevo. Voleva tornare al cristianesimo primitivo, quello che troviamo esposto nel Nuovo Testamento. "Soltanto le Scritture", disse. Con questo motto Lutero voleva tornare alle fonti del cristianesimo, proprio come gli umanisti rinascimentali volevano ritornare alle fonti antiche dell'arte e della cultura. Tradusse la Bibbia in tedesco, ponendo al contempo le basi della lingua tedesca. Ognuno doveva essere in grado di leggere la Bibbia e di essere, in un certo senso, il sacerdote di se stesso. Lutero intendeva dire che i sacerdoti non occupano una posizione di privilegio nei confronti di Dio. Anche nelle comunità luterane furono designati, per motivi pratici, alcuni sacerdoti che officiavano le funzioni religiose e si occupavano delle incombenze religiose quotidiane, tuttavia, secondo Lutero, non era attraverso i rituali che l'uomo otteneva il perdono di Dio e l'assoluzione dai suoi peccati. L'uomo riceve la salvezza completamente gratis, soltanto attraverso la fede. Lutero arrivò a questa conclusione leggendo la Bibbia all'età di trentacinque anni. Il fatto che le lingue volgari subentrassero al latino fu tipico del Rinascimento.
Ma Lutero non fu un umanista come Ficino o Pico della Mirandola. Fu criticato da umanisti come Erasmo da Rotterdam per la sua visione troppo negativa dell'uomo. Lutero sosteneva infatti che l'essere umano è totalmente corrotto dal peccato originale e può essere graziato soltanto dalla misericordia di Dio.
Il Seicento (periodo Barocco)
Il termine "barocco" significa "perla irregolare". Tipiche dell'arte barocca furono le forme esuberanti e ricche di contrasti, a differenza di quelle più lineari, più armoniche del Rinascimento.
Il XVI secolo fu caratterizzato dalla continua tensione di opposti inconciliabili: da un lato la gioia di vivere cara al Rinascimento, dall'altro il rifiuto più assoluto del mondo e una vita religiosa ritirata. Nell'arte e nella vita reale troviamo manifestazione di grande sforzo, mentre allo stesso tempo nascono movimenti monastici che si allontanano dal mondo.
Una delle espressioni più ricorrenti nel periodo Barocco fu quella latina "carpe diem", cioè afferra il presente. Un'altra, anche questa latina, fu "memento mori", ricordati che devi morire.
Nella pittura lo stesso quadro poteva raffigurare insieme immagini sfarzose e macabre. Un tratto caratteristico del Barocco è senza dubbio l'amore per lo sfarzo, le cose preziose, il lusso ma, nello stesso tempo, anche il senso della caducità, la quasi ossessiva consapevolezza che tutte le belle cose che ci circondano un giorno moriranno e si decomporranno.
Anche dal punto di vista politico il Barocco fu un'epoca di grandi contrasti. Anzitutto l'Europa fu dilaniata da guerre continue: la peggiore fu la cosiddetta "guerra dei trent'anni" che infuriò su gran parte del continente dal 1618 al 1648 e che colpì soprattutto la Prussia.
Come conseguenza di questa lunghissima guerra, la Francia divenne a poco a poco lo Stato più potente d'Europa. La causa principale della guerra fu la lotta tra protestanti e cattolici, ma fu anche una guerra per il potere politico. Il Seicento fu caratterizzato da enormi differenze di condizione sociale, dallo sfarzo della nobiltà francese e della corte di Versailles alla grande povertà della gente. E ogni manifestazione di sfarzo corrisponde a una manifestazione di potere.
La situazione politica del tempo può essere paragonata all'architettura e all'arte barocche: gli edifici barocchi erano contorti e complicati di volume, stucchi e decorazioni, mentre la vita politica era complicata da assassinii a tradimento, intrighi e congiure.
Il massimo simbolo del tempo era il teatro, che rappresentava molto più di una forma artistica. Nel corso del Seicento fu ripetuto che "la vita è un teatro". Il teatro moderno si sviluppò proprio in questo periodo, con tutte le sue macchine teatrali e le sue scenografie. In teatro si costruiva un'illusione, per poi svelare alla fine che tutto quanto era successo sulla scena non era altro che un'illusione. In questo modo il teatro divenne l'immagine della vita umana nella sua generalità.
Il teatro poté mostrare che "la Superbia partì a cavallo e tornò a piedi", offrendo così una rappresentazione impietosa della miseria umana. Già in Shakespeare, che scrisse le sue opere teatrali più famose intorno all'anno 1600, quindi si trova a cavallo tra il Rinascimento e il Barocco, compaiono molte riflessioni sulla vita intesa come teatro. In "Come vi piace" afferma: "Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono soltanto attori che hanno le loro uscite e le loro entrate, e ognuno, nel tempo che gli è stato dato, recita molte parti..." E nel Macbeth dice: "La vita non è che un'ombra in cammino, un povero attore, che s'agita e si pavoneggia per un'ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un'idiota, pieno di strepito e di furore, senza alcun significato". In Shakespeare ricorre spesso il tema della brevità della vita: "Essere o non essere, questo è il problema!" E Amleto: "Un giorno vaghiamo sulla Terra, il giorno dopo non ci siamo più".
Il drammaturgo Pedro Calderon della Barca, che nacque a Madrid nell'anno 1600, scrisse una commedia intitolata: "La vita è sogno" dove si dice: "Cos'è la vita? Follia. cos'è la vita? Un'illusione, un'ombra, una finzione, e anche il bene più grande ha poco valore, perché la vita è un sogno...". Anche la filosofia fu caratterizzata da eccessi fra modi di pensare totalmente opposti.
Per alcuni filosofi l'esistenza è fondamentalmente di natura spirituale, e questa concezione venne chiamata "idealismo", mentre quella opposta è detta "materialismo", un termine che indica una filosofia decisa a riportare tutti i fenomeni dell'esistenza a concrete grandezze fisiche. Anche il materialismo ebbe molti sostenitori nel Seicento.
Il più importante fu il filosofo inglese Thomas Hobbes. A suo parere, tutti i fenomeni, anche gli uomini e gli animali, sono formati esclusivamente di particelle di materia. Persino la coscienza umana, o anima, è dovuta ai movimenti di piccolissime particelle nel cervello. Idealismo e materialismo sono come due fili che percorrono tutta la storia della filosofia, ma raramente queste due concezioni hanno vissuto l'una accanto all'altra come nell'epoca barocca.
Il materialismo ricevette nuove conferme dalle scoperte delle scienze naturali. Newton affermò che le leggi del moto valgono in tutto l'universo. Secondo lui tutti i mutamenti che avvengono in natura, sulla terra come nello spazio, sono dovuti alla legge di gravitazione e alle leggi sul moto dei corpi. Tutto insomma è regolato da queste leggi inviolabili, o dalla stessa meccanica. In linea di principio, è possibile calcolare ogni mutamento in natura con precisione matematica.
In questo modo Newton diede un assetto definitivo a quella che definisce la concezione meccanicistica del mondo. La parola "meccanico" deriva dal greco "mechané", cioè macchina. È importante sapere che né Hobbes né Newton vedevano alcuna contraddizione fra la concezione meccanicistica del mondo e la fede in Dio. Questa opinione non fu invece più diffusa tra i materialisti del Settecento e dell'Ottocento.
Nel 1748, il medico e filosofo francese La Mettrie scrisse un libro intitolato "L'Homme machine", sostenendo che come le gambe sono dotate di muscoli per camminare, così il cervello possiede "muscoli" per pensare. Qualche tempo dopo, il matematico francese Laplace espresse così una concezione meccanicistica: "se un'intelligenza conoscesse la posizione di tutte le particelle di materia in un dato momento, niente sarebbe insicuro, e il futuro come il passato sarebbero li davanti ai suoi occhi". In altre parole, tutto quello che succede è stabilito in anticipo e tutto ciò che avverrà è già implicito. Questo modo di pensare viene chiamato "determinismo".
Ma se tutto è il risultato di processi meccanici, compresi i nostri pensieri e i nostri sogni, significa che gli uomini non hanno nessuna libertà, si nega cioè il libero arbitrio.
Nell'Ottocento, un materialista tedesco disse che i processi mentali stanno al cervello come la bile al fegato e l'urina ai reni. Ma sia l'urina che la bile sono qualcosa di concreto, mentre i pensieri non lo sono. C'è una storia che esprime questo punto di vista. C'erano un astronauta russo e uno specialista russo del cervello che cominciarono a discutere di religione. Lo specialista era cristiano, l'astronauta no. "Sono stato molte volte nello spazio", si vantava l'astronauta, "ma non ho mai visto né Dio né gli angeli". "E io ho operato molti cervelli intelligenti, ma non ho mai visto un pensiero", rispose lo specialista.
I due filosofi più importanti del XVII secolo furon Cartesio e Spinoza. Anche loro si occuparono del rapporto tra "anima" e "corpo". René Descartes (latinizzato in Cartesio) nacque a Le Haye, in Francia nel 1596 e viaggiò molto per l'Europa. Già da giovane coltivava il desiderio di raggiungere una conoscenza sicura della natura dell'uomo e dell'universo, ma dopo essersi dedicato agli studi di filosofia, divenne sempre più consapevole della propria ignoranza. Come Socrate, era convinto che possiamo raggiungere un sapere sicuro soltanto per mezzo della ragione. Non possiamo basarci su quello che ci dicono i vecchi libri e tantomeno fare affidamento sui nostri sensi.
Un filo conduttore unisce Socrate - Platone e Cartesio, passando per Agostino: erano tutti convinti razionalisti, per cui la ragione rappresenta per loro l'unica fonte sicura di conoscenza. Cartesio decise di girare l'Europa alla ricerca di quella scienza che poteva trovare o in se stesso o nei grandi libri del mondo. Scelse la vita militare e così soggiornò in diversi luoghi dell'Europa centrale.
In seguito visse alcuni anni a Parigi e, nel 1629, si trasferì in Olanda, dove rimase per quasi vent'anni. Nel 1649 si recò in Svezia, su invito della regina Cristina. La permanenza in questo paese dal clima freddo gli causò una broncopolmonite che gli fu fatale: morì nell'inverno del 1650 a cinquantaquattro anni. Dopo la sua morte, la figura di Cartesio acquistò un'importanza enorme per tutta la filosofia.
Non è esagerato dire che fu lui a porre le fondamenta della filosofia di questo periodo; infatti, dopo l'inebriante riscoperta rinascimentale dell'uomo e della natura, si avvertì l'esigenza di raccogliere le conoscenze in un sistema filosofico coerente. Il primo grande costruttore moderno di sistemi fu Cartesio, cui seguiranno Spinoza, Leibniz, Locke, Berkeley, Hume e Kant.
Con sistema filosofico si intende una filosofia che viene costruita sin dalle fondamenta e che cerca di trovare risposte a tutte le domande filosofiche più importanti. Nell'antichità, i grandi costruttori di sistemi furono Platone e Aristotele; nel Medioevo, Tommaso d'Aquino gettò un ponte tra la filosofia di Aristotele e la teologia cristiana. Il Rinascimento fu invece contraddistinto da una confusione di pensieri vecchi e nuovi sulla natura e sulla scienza, su Dio e sull'uomo.
Soltanto nel Seicento la filosofia cercò di elaborare il nuovo modo di pensare in chiaro sistema filosofico. Il primo a farlo fu Cartesio, che diede l'avvio a uno dei progetti filosofici più importanti per le generazioni successive. Gli premeva innanzi tutto stabilire ciò che siamo in grado di sapere, quindi fondamentale era la domanda sulla certezza della nostra conoscenza. L'altra grande domanda riguardava il rapporto tra l'anima e il corpo.
Entrambi i problemi caratterizzeranno la discussione filosofica nei centocinquanta anni successivi. Proprio nell'epoca di Cartesio la scienza aveva sviluppato un metodo che permetteva una descrizione precisa e inconfutabile dei processi naturali.
Cartesio si chiese se non esistesse un "metodo" simile anche per la speculazione filosofica. La nuova fisica, inoltre, aveva posto il problema della natura della materia, cioè di ciò che determina i processi fisici in natura. Un numero sempre maggiore di studiosi adottava un'interpretazione meccanicistica della natura, tuttavia più il mondo fisico veniva considerato meccanicisticamente, più la questione del rapporto tra anima e corpo diventava pressante.
Il significato originario delle parole "anima" e "spirito" - in quasi tutte le lingue europee - è anche "soffio di vita" o "respiro". Per Aristotele, l'anima era presente in tutti gli organismi come "principio vitale" dell'organismo stesso, quindi indissolubile del corpo; per questo parlava di "anima vegetale" e "anima sensitiva".
Soltanto nel XVI secolo i filosofi introdussero una radicale divisione tra anima e corpo. Il motivo fu che ogni cosa - anche il corpo di un'animale o di un uomo venga concepita come un processo meccanico, di conseguenza, l'anima non poteva far parte di questa "macchina fisiologica".
Che cos'era allora l'anima? E come poteva qualcosa di spirituale mettere in moto un processo meccanico? Per esempio: se l'uomo decide di sollevare un braccio, il braccio si solleva, se pensa a qualcosa di triste improvvisamente comincia a piangere. Deve esserci allora qualche collegamento misterioso tra il corpo e la coscienza. Fu proprio questo che si chiese Cartesio.
Come Platone era convinto che esistesse una rigida divisione tra spirito e materia, tuttavia Platone non aveva fornito alcuna risposta alla domanda su come il corpo influenzi l'anima e viceversa.
Nel "Discorso sul metodo" si domandò a quale metodo filosofico si debba adeguare quando deve risolvere un problema filosofico. La scienza infatti aveva già elaborato un proprio metodo.
In primo luogo Cartesio afferma che non bisogna mai accettare nulla per vero se non lo si riconosce evidentemente tale. Per arrivare a questo, è spesso indispensabile suddividere un problema complesso in parti, cioè ogni singolo pensiero deve essere "pesato e misurato", esattamente come Galileo esigeva che tutto venisse misurato e tutto ciò che non si poteva misurare fosse reso misurabile. Secondo Cartesio, inoltre, il filosofo doveva procedere dagli oggetti più semplici a quelli composti. Infine bisognava fare continue enumerazioni e revisioni generali per assicurarsi di non aver trascurato nulla. Soltanto a questo punto una conclusione filosofica era a portata di mano.
Cartesio voleva servirsi del metodo matematico anche per le questioni filosofiche, dimostrare le verità filosofiche esattamente come si dimostra un teorema matematico, ricorrendo allo stesso strumento, cioè la ragione, perché soltanto la ragione è in grado di darci un sapere certo, mentre i sensi non sono affidabili; (i sensi sono ingannevoli - razionalismo di Parmenide).
L'obiettivo di Cartesio era raggiungere un sapere sicuro sulla natura dell'esistenza e per questo affermò che, come presupposto fondamentale, bisogna dubitare di tutto. L'unica cosa di cui puoi essere sicuro è di dover dubitare di tutto, tuttavia, se dubiti, allora è certo che stai pensando, e, se pensi, è dunque certo che sei un essere pensante. Come si espresse egli stesso: "Cogito, ergo sum!". Come per Platone, ciò che cogliamo con la ragione è più reale di ciò che percepiamo con i sensi. Oltre al fatto di essere un io pensante, Cartesio si chiede se esiste un qualcos'altro che egli conosce con la stessa sicurezza intuitiva. Giunge alla conclusione di possedere anche l'idea chiara e distinta di un essere perfetto. Sostiene, infatti, che l'idea di un essere perfetto non può provenire da qualcosa di imperfetto, per cui l'idea di un essere perfetto deve derivare da questo essere perfetto: in altre parole da Dio. Che esiste Dio è per Cartesio altrettanto evidente come il fatto che, se uno pensa, deve essere un io pensante. Per quanto riguarda tutte le idee del mondo esterno, per esempio il sole e la luna, si potrebbe pensare che siano soltanto visioni oniriche, ma anche il mondo esterno possiede proprietà che noi possiamo riconoscere con la ragione. Sono relazioni matematiche, che possiamo quindi misurare: la lunghezza, la larghezza e la profondità. Queste proprietà "quantitative" sono chiare ed evidenti alla ragione. Le proprietà "qualitative" come il colore, l'odore e il gusto sono legate ai nostri sensi, e non descrivono veramente il mondo esterno.
Ma la realtà esterna è molto diversa dalla realtà del pensiero. Cartesio dice che ci sono due diverse forme di realtà. Una è detta "res cogitans", cioè una sostanza la cui essenza è il pensare o l'anima; l'altra è detta "res extensa", la sostanza estesa o la materia. L'anima è solo cosciente, non occupa alcuno spazio fisico e pertanto non può essere divisa in parti più piccole. La materia al contrario è estesa, occupa spazio e può essere divisa in parti più piccole ma non è cosciente. Il pensiero è completamente libero rispetto alla materia e viceversa. Secondo Cartesio il corpo umano è un meccanismo molto sofisticato. I processi fisiologici non godono di nessuna libertà, ma devono seguire le proprie leggi. Ciò che pensiamo con la ragione non avviene nel corpo, bensì nell'anima, che è completamente libera rispetto alla realtà estesa. Lo stesso Cartesio non poteva negare che ci sia una continua azione reciproca tra anima e corpo. Finché l'anima è nel corpo, sosteneva, è legata a esso per mezzo di una ghiandola, la "ghiandola pineale", posta al centro del cervello. Mediante tale ghiandola si ha un continuo processo di azione e reazione tra "spirito" e "materia".
In questo modo l'anima viene continuamente turbata da sentimenti e affezioni che sono dovuti ai movimenti corporei. Tuttavia l'anima può anche staccarsi da questi impulsi, operando liberamente rispetto al corpo in modo che la ragione assuma la guida. Anche se uno ha il mal di stomaco, la somma degli angoli di un triangolo è sempre di 180°. In questo modo il pensiero ha la capacità di elevarsi dai bisogni fisici e può agire ragionevolmente. L'anima dunque è superiore al corpo.
Le membra possono invecchiarsi e indebolirsi, ma due più due farà sempre quattro finché ci sarà in noi la ragione che, a differenza del corpo, non invecchia. Per Cartesio la ragione è l'anima.
Le affezioni e gli stati d'animo più bassi come il desiderio e l'odio sono legati alla fisiologia del corpo, quindi alla realtà estesa. Il pensiero di Cartesio fu determinante soprattutto per un altro filosofo: Baruch Spinoza, olandese, che visse tra il 1632 e il 1677.
Spinoza apparteneva alla comunità ebraica di Amsterdam ma, nel 1656, venne espulso e scomunicato con l'accusa di eresia. Nell'epoca moderna, pochi filosofi furono derisi e perseguitati a causa delle loro idee come quest'uomo; cercarono perfino di ucciderlo. Il motivo di questo accanimento era dovuto alle critiche che Spinoza aveva mosso alla religione ufficiale: secondo lui, tanto il cristianesimo quanto l'ebraismo erano tenuti in vita soltanto dalla rigidezza dei dogmi e dai rituali esteriori. Inoltre Spinoza fu il primo ad affrontare la Bibbia da un punto di vista che oggi si può definire "storico - critico".
Spinoza rifiutò l'idea che la Bibbia fosse stata completamente ispirata da Dio. Quando leggiamo la Bibbia, dobbiamo tenere presente in quale periodo storico venne scritta: una lettura "critica" permette di scoprire numerose discordanze esistenti tra i diversi libri.
La predicazione di Gesù rappresentò la liberazione dal dogmatismo e dalla rigidezza dell'ebraismo. Gesù predicò una "religione della ragione" che considerava l'amore il valore più alto, un amore che, secondo Spinoza, è rivolto sia verso Dio sia verso il prossimo.
Tuttavia anche il cristianesimo finì con l'irrigidirsi in dogmi e in rituali esteriori. Quando la situazione si aggravò, Spinoza venne abbandonato anche dalla famiglia che cercò di privarlo dell'eredità a causa della sua eterodossia. Il paradosso sta nel fatto che sono pochi quelli che hanno difeso la libertà di parola e la tolleranza religiosa con maggior fervore di Spinoza.
L'opposizione che incontrò quasi ovunque fu determinante nella sua scelta di dedicare tutta la sua vita alla filosofia. Per mantenersi molava lenti ottiche. È quasi simbolico che vivesse proprio di questo lavoro: i filosofi hanno il compito di aiutare gli uomini a vedere l'esistenza sotto una nuova prospettiva, e uno dei capisaldi della filosofia di Spinoza è proprio interpretare le cose "dal punto di vista dell'eternità". Il suo libro più importante: "Ethica more geometrico demonstrata" cioè "l'Etica dimostrata secondo l'ordine geometrico". Con "Etica" i filosofi intendono quella parte della filosofia che studia la condotta umana. Per Socrate e Aristotele era compito dell'etica indicare il modo in cui gli uomini potessero condurre un'esistenza felice.
Oggi l'etica si è quasi ridotta a una serie di regole che ci insegnano a vivere senza pestare i piedi agli altri. Quando Spinoza si serve della parola "etica" intende "arte di vivere" o "morale". Nella sua Etica vuole dimostrare come la vita dell'uomo sia decisa dalle leggi della natura. Spinoza non ha una concezione "dualistica" della realtà come Cartesio, bensì "monista": egli riconduce l'intera natura e tutte le relazioni della vita alla medesima sostanza. Anche Cartesio aveva detto che soltanto Dio esiste in virtù di se stesso. Soltanto allorché Spinoza equipara Dio e la natura, o Dio e il creato, si allontana decisamente da Cartesio e dal pensiero ebraico e cristiano.
Ma quando Spinoza usa la parola "natura", non si riferisce soltanto alla natura estesa: con Sostanza, Dio o Natura intende tutto ciò che è fatto di spirito, quindi sia il pensiero sia l'estensione. Secondo Spinoza noi esseri umani conosciamo due delle proprietà "attributi" di Dio, che sono il pensiero e l'estensione di Cartesio. In pratica dice Spinoza: tutto ciò che è natura è o pensiero o estensione. I singoli fenomeni della vita di tutti i giorni, per esempio un fiore o una poesia, rappresentano diversi modi degli attributi pensiero ed estensione.
La Sostanza, o Dio o la Natura, si manifesta in modi diversi: un fiore è un modo dell'attributo estensione, mentre una poesia su questo fiore costituisce un modo dell'attributo pensiero.
Entrambi però sono in ultimo espressione della Sostanza. Esempio: quando mi fa male la pancia, chi sta male? Io, e quando rifletto sul fatto che mi è venuto il mal di pancia, chi pensa? Sempre io.
Questo perché io sono uno e una sola persona che può avere mal di pancia e subito dopo provare uno stato d'animo. Analogamente, per Spinoza, tutte le cose fisiche che esistono o avvengono intorno a noi sono espressione di Dio o della natura. Lo stesso vale per i pensieri che vengono formulati. Esiste un unico Dio, o un'unica natura, o un'unica Sostanza.
Quando una persona pensa, è lei che pensa. E quando si muove, è lei che si muove, ma è anche espressione di qualcosa di infinitamente più grande. Ma se ha la libertà di muoversi, si può muovere soltanto secondo la sua natura. Non può mettersi a saltare con una mano o a rimbalzare.
Secondo Spinoza, Dio (o le leggi naturali) è la "causa immanente" (cioè interna) di tutto quello che succede. Non è una causa esterna, perché Dio si manifesta soltanto attraverso le leggi naturali e quindi Dio (o la natura) è la "causa immanente" di tutto quanto avviene. Ciò significa che tutto in natura avviene secondo necessità. Spinoza aveva una concezione deterministica della vita della natura. Ognuno vive secondo le leggi della natura, ma dietro ogni cosa che facciamo, si celano moltissime cause, e tutte assai complesse.
Esempio: due alberi sono piantati in un grande giardino. Uno in un punto dove il terreno è fertile, ricco d'acqua e ben esposto al sole, l'altro invece su un terreno arido e in ombra. Ovviamente il primo ha le migliori condizioni di crescita.
Secondo Spinoza, questo albero è libero di sviluppare le sue possibilità. Ma un melo non può produrre prugne. Questo vale anche per gli uomini: il nostro sviluppo e la nostra crescita personale possono essere ostacolati per esempio dalla situazione politica. In questo modo una costrizione esterna ci frena. Soltanto quando possiamo sviluppare "liberamente" le nostre possibilità viviamo come uomini liberi, pur rimanendo vincolati da inclinazioni interne e da condizioni esterne. Spinoza sostiene che esiste un unico essere che è "causa di sé" pienamente e totalmente e può quindi agire in piena libertà: soltanto Dio (o la natura) rappresenta una manifestazione libera e "non casuale" di questo genere. Un uomo può lottare per ottenere una libertà che gli permetta di vivere senza coercizioni esterne, ma non potrà mai raggiungere il "libero arbitrio".
Secondo Spinoza, sono le passioni umane, come l'ambizione o il desiderio, che ci impediscono di raggiungere la vera felicità e l'armonia. Tuttavia, se sappiamo che tutto avviene secondo necessità, possiamo raggiungere una conoscenza intuitiva della natura come totalità e sentire in modo chiaro e inequivocabile che tutto è connesso e collegato, che tutto è uno. La meta finale è cogliere tutto ciò che è un'unica veduta d'insieme. Soltanto in quel momento raggiungiamo la massima felicità e serenità di spirito. Fu questo che Spinoza chiamò "sub specie aeternitatis", cioè vedere tutto dal punto di vista dell'eternità. L'atteggiamento razionalistico fu tipico della filosofia del Seicento.
Nel Settecento, questa concezione venne sottoposta a critiche sempre più serrate. Molti filosofi affermarono che la nostra coscienza è completamente priva di contenuto se prima non abbiamo avuto esperienze sensoriali. Questo modo di vedere venne chiamato "Empirismo".
Gli empiristi, o filosofi dell'esperienza, più importanti furono: John Locke, David Hume e George Berkeley, tutti e tre inglesi. I razionalisti più importanti del Seicento furono il francese Cartesio, l'olandese Spinoza e il tedesco Gottfried Leibniz.
Per questo motivo si parla di un "empirismo inglese" e di un "razionalismo continentale". Un empirista vuole derivare tutta la conoscenza del mondo da ciò che i sensi raccontano. La formulazione più antica di un modo di pensare empirista risale ad Aristotele, il quale disse che "non c'è niente nell'intelletto che non sia stato prima nei sensi". Questa affermazione conteneva una puntuale critica a Platone, secondo il quale, invece l'uomo aveva in sé, innate, le idee. Locke ripete le stesse parole di Aristotele, usandole però contro Cartesio. Non abbiamo idee innate, non sappiamo assolutamente nulla del mondo in cui viviamo prima di averlo percepito con i sensi. Se possediamo un'idea che non può essere ricollegata a fatti di cui si è avuto esperienza, questa idea è falsa. Quando, per esempio, usiamo parole come "Dio", "eternità", la ragione funziona a vuoto, perché nessuno ha mai avuto esperienza di Dio o dell'eternità. Sono soltanto costruzioni della mente. Per gli empiristi inglesi era importante esaminare ogni idea umana per scoprire se si fondasse su esperienze autentiche.
John Locke, che visse tra il 1632 - 1704 scrisse "Saggio sull'intelletto umano", pubblicato nel 1690. In quest'opera Locke cerca di chiarire due problemi: anzitutto si chiede dove gli uomini traggono i loro pensieri e le loro idee, poi si domanda se possiamo fidarci di ciò che ci raccontano i sensi. Locke era convinto che tutte le nostre idee non fossero altro che un riflesso di ciò che abbiamo visto e sentito. Prima di percepire qualcosa con i sensi, la nostra coscienza è una specie di tabula rasa. Poi cominciamo a percepire il mondo che ci circonda, vediamo forme e colori, sentiamo odori e sapori, udiamo e tocchiamo. In tal modo nascono quelle che Locke chiamò "idee semplici". Ma l'intelletto non si limita a raccogliere passivamente queste impressioni esterne, qualcosa avviene anche in esso: ogni idea semplice viene rielaborata attraverso il pensiero, la riflessione, la fede e il dubbio, in questo modo nascono le riflessioni. Locke separa quindi la sensazione dalla riflessione, perché la mente non riceve le impressioni sensoriali in modo passivo, bensì le ordina e le rielabora a mano a mano che arrivano, osserva che ciò che cogliamo attraverso i sensi sono "idee semplici".
Esempio: quando uno mangia una mela, non la percepisce tutta in un'unica impressione. In realtà riceve una serie di idee semplici: è qualcosa di rosso - ha un buon sapore - ha un sapore ricco.
Solo dopo averne mangiate diverse, pensa che sta mangiando una mela. Solo a quel punto, abbiamo creato l'idea complessa di una mela. Locke si pone il secondo problema e si chiede se il mondo è davvero come lo percepiamo, allora divise le qualità sensoriali in "primarie" e "secondarie".
Con "qualità primarie" si intendono l'estensione, il peso, la forma, il movimento e il numero. Siamo certi che i sensi riproducono tali qualità reali degli oggetti, ma noi ne percepiamo anche altre: diciamo che qualcosa è dolce o amaro, verde o rosso, caldo o freddo.
Queste qualità furono chiamate da Locke "qualità secondarie". Le impressioni sensoriali quali il colore, l'odore, il sapore e il suono non riproducono infatti le qualità reali dell'oggetto, ma registrano soltanto l'influenza che la realtà esterna esercita sui nostri sensi. Le qualità primarie, come forma e peso, sono qualcosa su cui tutti concordano, invece le qualità secondarie, come colore e sapore, variano da uomo a uomo e da animale a animale e dipendono dall'apparato sensoriale del singolo essere. Per quanto riguarda la "realtà estesa", Locke concorda con Cartesio nell'affermare che esistono qualità che l'uomo è in grado di comprendere attraverso la ragione. Anche in altri ambiti Locke ammise una conoscenza che chiamò intuitiva o dimostrativa. Per esempio, riguardo ad alcune norme etiche. Come pure accolse il concetto razionalista che Locke condivise fu quella secondo cui la ragione umana può arrivare all'idea di Dio.
Ma Locke non ne fa soltanto una questione di fede. Secondo lui la conoscenza dell'esistenza di Dio può essere raggiunta dalla ragione umana e quello è un concetto razionalista. C'è da aggiungere che Locke trattò i temi della libertà di pensiero e della tolleranza e sostenne la parità dei sessi. La sottomissione della donna all'uomo è un'invenzione umana.
Locke fu uno dei primi filosofi dell'età moderna a occuparsi del ruolo dei sessi, fu anche uno dei primi a sostenere idee liberali che vennero riprese nel Settecento dagli illuministi francesi: per esempio fu il primo a parlare del "principio della divisione dei poteri". Locke aveva insistito sulla separazione fra il potere esecutivo e quello legislativo, in modo da evitare la tirannia.
Fu contemporaneo di Luigi XIV che aveva concentrato tutto il potere nelle sue mani. "Lo Stato sono io", diceva. Era un monarca assoluto e del "suo" Stato oggi diremmo che rappresentava una condizione di assenza di diritti. Secondo Locke, per assicurare uno Stato di diritto, erano i rappresentanti del popolo che dovevano legiferare, e al governo, o al re, toccava soltanto il compito di dare attuazione alle leggi.
Il filosofo illuminista Montesquieu introdusse invece la ripartizione: "Potere Legislativo Parlamento; Potere Giudiziario - Tribunali; Potere Esecutivo - Governo".
David Hume, (1711-1776) è considerato il filosofo più importante tra gli empiristi, particolare perché la sua filosofia fece da sprone al grande filosofo Immanuel Kant.
Hume nacque a Edimburgo, in Scozia, e la sua famiglia voleva che studiasse legge. La sua opera, più importante, il "Trattato sulla Natura Umana", fu pubblicata quando aveva ventotto anni, ma lo stesso Hume affermò di aver avuto l'idea di questo libro già all'età di quindici anni. Da empirista, considerava suo compito il mettere ordine nelle nebulose costruzioni intellettuali elaborate dai filosofi. L'espressione scritta e quella orale si rifacevano ancora a concetti che risalivano alla filosofia medioevale e al razionalismo del Seicento. Hume voleva richiamarsi alla percezione originaria del mondo da parte della natura umana. Nessuna filosofia, affermava, sarà mai in grado di condurci al di la delle esperienze di tutti i giorni. Hume vuole ritornare al modo di vivere e di sentire dei bambini, quando cioè i pensieri e le riflessioni non hanno ancora invaso la coscienza.
Afferma che gli uomini hanno due tipi di rappresentazioni: le "impressioni" e le "idee". Con "impressioni" intende ogni percezione immediata della realtà esteriore; con "idea", il ricordo di questa impressione. L'impressione è molto più forte e viva del ricordo connesso alla riflessione nell'impressione. È l'impressione a essere la causa diretta dell'idea che si nasconde nella coscienza. Hume sostiene poi che tanto un'impressione quanto un'idea possono essere "semplici" o "complesse".
Secondo Hume, a volte noi "componiamo" le idee senza che esse siano unite nella realtà: si creano così false idee o rappresentazioni che non esistono nella realtà. Gli angeli, Pegaso (il cavallo alato) sono due esempi. In questi casi dobbiamo riconoscere che la coscienza ha ritagliato e incollato di propria iniziativa. Nel caso di Pegaso ha preso le ali da un'impressione e i cavalli da un'altra e li ha uniti insieme. Tutti questi elementi sono stati percepiti e sono approdati nella coscienza come impressioni autentiche. Niente è stato inventato dalla coscienza, che ha semplicemente ritagliato e incollato creando così false idee o rappresentazioni. Hume vuole vagliare ogni idea per scoprire se sia composta in modo tale da trovare riscontro nella realtà oppure no. Allora si chiede: da quali impressioni ha origine quest'idea? Prima di tutto deve scoprire da quali idee semplici è formata un'idea complessa. Così facendo mise a punto un metodo critico per analizzare le idee umane, e fare pulizia nei pensieri e nei concetti.
Hume sostiene che tutti i materiali di cui sono composti i nostri sogni devono essere pervenuti alla coscienza sotto forma di impressioni semplici. Una persona che non ha mai visto l'oro non è in grado di immaginare un oggetto d'oro. Egli vuole mettere in discussione tutte le idee e le rappresentazioni non riconducibili a corrispondenti impressioni sensoriali, vuole cioè eliminare tutto quel parlare privo di senso che ha dominato così a lungo il pensiero metafisico e lo ha fatto cadere in discredito. Anche oggi ci serviamo di idee complesse senza chiederci se abbiano validità.
È il caso dell'idea dell'io, il nucleo della personalità di un individuo. Quest'idea costituiva la base della filosofia di Cartesio. Anzitutto c'è da chiedersi se l'idea dell'io sia semplice o complessa. L'idea "io" è una lunga catena di impressioni semplici che non viviamo mai contemporaneamente.
Non è "nient'altro che un fascio o una raccolta di diverse percezioni che si susseguono velocemente e che sono in continuo flusso e movimento", dice Hume. La mente è "una specie di teatro dove le varie percezioni si mostrano, passano, ritornano, escono e si mescolano in una varietà di atteggiamenti e situazioni". Sono come le immagini di un film che scorre sullo schermo: non vediamo le singole immagini, in realtà è una somma di istanti.
L'analisi di Hume sulla coscienza umana nonché il suo rifiuto per l'esistenza di un nucleo immutabile della personalità erano già stati formulati prima, quasi duemilacinquecento anni, da Buddha. Buddha considerava la vita umana come una serie continua di processi mentali e fisici che mutano l'uomo ogni istante: il neonato non è uguale all'adulto e io non sono lo stesso di ieri. Buddha sosteneva che di nulla si poteva dire: "questo è mio" oppure: "questo sono io".
Non esiste nessun io, ne un nucleo immutabile della personalità. Come conseguenza di un io immutabile, molti razionalisti avevano dato per scontato che l'essere umano avesse un'anima immortale, ma questa idea è falsa sia per Hume che per Buddha, quest'ultimo ai suoi discepoli disse prima di morire: "effimero è tutto ciò che è composto".
Comunque sappiamo che Hume negò la possibilità di dimostrare l'immortalità dell'anima e l'esistenza di Dio. Questo non significa che escludesse le due cose, ma riteneva che la pretesa di dimostrare la fede religiosa con la ragione umana fosse un non senso razionalista.
Hume era un agnostico. Non negò la fede cristiana né quella dei miracoli, ma in entrambi i casi si trattava per l'appunto di fede e non di sapere o di ragione. Poi Hume parla del potere dell'abitudine, si richiama alla "legge di casualità". Questa legge afferma che tutto ciò che avviene deve avere una causa, esempio delle due biglie: se una ne colpisce un'altra è la causa del suo movimento.
Ma secondo Hume abbiamo sperimentato che un avvenimento segue l'altro nel tempo e non che il secondo avviene a causa del primo, per lui l'aspettativa che un evento succeda all'altro non si trova nelle cose stesse, bensì nella nostra coscienza, che ha a che fare con l'abitudine.
Quando parliamo di "legge naturale" o di "relazione di causa - effetto", stiamo parlando in realtà dell'abitudine umana e non di qualcosa di razionale. Le leggi della natura non sono né razionali né irrazionali: ci sono e basta. Hume non nega che esistano inviolabili leggi di natura ma, poiché non siamo in grado di sperimentarle possiamo trarne conclusioni errate.
Se ho visto solo cavalli neri, ciò non significa che tutti i cavalli sono neri. Tanto per uno scienziato quanto per un filosofo è importante non escludere la possibilità che ne esiste uno bianco. Mettere in guardia gli uomini dall'essere precipitosi nelle loro conclusioni è uno dei compiti più importanti della filosofia. In effetti sono proprio tali conclusioni avventate a essere la causa di molte superstizioni. Vedere un gatto nero attraversare la strada e poco dopo cadere non significa che esista una relazione di causa - effetto tra i due avvenimenti.
Quando si desidera valutare l'efficacia di un farmaco, lo si somministra a due gruppi di persone: solo un gruppo assume veramente il farmaco, mentre all'altro si somministra (ovviamente senza che lo sappiano) placebo. Se oltre al primo gruppo, anche il secondo trae benefici dal farmaco, ciò significa che non è stata la medicina a operare la guarigione, bensì un altro fattore di carattere psicologico. Anche per quanto riguarda l'etica e la morale, Hume criticò il modo di pensare razionalista, secondo il quale la ragione umana è in grado di distinguere tra il bene e il male.
Questa concezione del diritto naturale la si incontra in vari filosofi da Socrate a Locke ma, secondo Hume, non è la ragione a stabilire le nostre parole e le nostre azioni, ma i sentimenti.
Se decidi di aiutare qualcuno, lo fai spinto dai tuoi sentimenti, non dalla ragione. Agire in modo responsabile non significa potenziare e affinare la ragione, ma potenziare e affinare i nostri sentimenti per il bene degli altri.
George Berkeley fu un vescovo irlandese vissuto tra il 1685 e il 1753. Era un filosofo che pensava che la filosofia del tempo e la scienza rappresentassero una minaccia per la concezione cristiana della vita. Inoltre era convinto che un materialismo sempre più conseguente costituisse un pericolo per la fede cristiana, secondo la quale Dio aveva creato e conservava tutto ciò che esiste in natura, allo stesso tempo Berkeley fu uno degli empiristi più coerenti. Sosteneva che non possiamo conoscere niente altro del mondo oltre a quello che percepiamo con i sensi, e si spinse anche oltre. Secondo Berkeley, le cose del mondo sono proprio come noi le percepiamo, ma non sono "cose". Disse che l'unica cosa che esiste è ciò che percepiamo con i sensi, ma noi non percepiamo la "materia" o la "sostanza materiale". Presupporre il fatto che noi percepiamo qualcosa che abbia una "sostanza" preesistente significa saltare a una conclusione affrettata: non abbiamo prove suffragate dall'esperienza per giungere a un'affermazione di questo tipo. Secondo Berkeley l'anima può essere causa delle idee, ma soltanto un'altra volontà o spirito può essere causa delle idee che costituiscono il nostro mondo materiale. Tutto è dovuto a questo spirito che, diceva Berkeley: "opera ogni cosa e per opera del quale tutte le cose esistono". Naturalmente lui pensa a Dio.
Berkeley non mette in dubbio soltanto la realtà materiale, si chiede anche se "lo spazio e il tempo abbiano un'esistenza autonoma e assoluta. Perfino la nostra esperienza del tempo e dello spazio può essere qualcosa che si trova soltanto nella nostra coscienza...".
Berkeley nega l'esistenza di un mondo materiale al di fuori della conoscenza umana, sostenendo che le nostre percezioni sensoriali sono generate da Dio.
È famoso inoltre per la sua critica alle idee astratte. La sua opera principale: "Trattato sui principi della conoscenza umana" del 1710. Aristotele sostenne che non è possibile alcuna conoscenza se prima di tutto non è passato attraverso i sensi; Platone invece sosteneva che non esiste niente in natura che non sia prima esistito nel mondo delle idee.
L'Illuminismo
Movimento culturale che , collocandosi fra le grandi rivoluzioni "borghesi", quella inglese del 1688 e quella francese del 1789, esprime una nuova concezione del mondo, accolta e fatta propria dalla borghesia progressista. Il motivo dominante dell'Illuminismo è la celebrazione della ragione umana, che si affranca dal suo stato di soggezione, combattendo contro i pregiudizi di ogni natura che ostacolano il cammino della civiltà e si oppongono al progresso e alla felicità degli uomini. L'Illuminismo non si presenta come una scuola ben definita, non ambisce a essere un sistema, proprio perché ripudia lo "spirito di sistema", tipico delle grandi costruzioni dottrinarie della vecchia metafisica; esso però non rinuncia allo "spirito sistematico" di un sapere fondato sull'esperienza e dotato di rigore tipico del metodo scientifico ed empiristico, appreso alla scuola del pensiero di Locke e della scienza di Newton.
Anche il filone razionalistico che fa capo a Cartesio ha influito sulla genesi dell'Illuminismo, specie per quanto attiene alla critica dell'autorità e della tradizione; ma la ragione che gli illuministi esaltano non è quella sistematico - deduttiva di Cartesio, di Spinoza o di Leibniz: essa è la ragione saldamente ancorata all'esperienza, che costituisce l'esclusivo campo d'indagine, con la conseguente ripulsa di ogni metafisica e l'esclusione di ogni intervento divino nella formazione del sapere umano. L'empirismo viene anzi radicalizzato nella teoria del sensismo, lucidamente sostenuta da Condillac, secondo cui non vi sono idee innate, ma tutte le nostre idee derivano dalle sensazioni. La fiducia nella ragione, intesa come una forza autonoma e critica, capace di vagliare idee e istituzioni, rifiutando la soggezione all'autorità dei poteri del trono e dell'altare, è il motivo comune del movimento illuminista.
Altri elementi comuni sono l'idea di progresso e il cosmopolitismo intellettuale. Gli illuministi credono nella possibilità di migliorare radicalmente la condizione dell'uomo mediante il progresso scientifico: espressione monumentale di questa loro fede e, insieme, della loro capacità divulgativa è il Dizionario ragionato delle Scienze, delle Arti e dei Mestieri di Diderot e D'Alembert (Enciclopedia), una grandiosa opera collettiva cui si deve uno dei più vasti e radicali rivolgimenti della cultura europea. Gli illuministi, inoltre, credono nella necessità di superare ogni preclusione nazionalistica e si sentono cittadini del mondo: in tale prospettiva cosmopolita il francese diventa la lingua culturale dell'Europa settecentesca.
Malgrado l'evidenza e la chiarezza dei suoi principi fondamentali, il movimento illuminista presenta al suo interno contrasti e contraddizioni profonde, a cominciare dal settore delle dottrine politiche. Montesquieu, nello Spirito delle leggi (1748), esamina i diversi tipi di governo e teorizza il principio della separazione dei poteri, nel quadro di una visione laica dello Stato che fa di lui uno dei padri del liberalismo. L'ordinamento costituzionale da lui previsto non implica però l'abolizione dei privilegi aristocratici.
Gli si contrappone Rousseau ispiratore, col suo "Contratto sociale" (1762), del giacobinismo e delle forme più avanzate di democrazia borghese: teorico della sovranità popolare e della democrazia diretta, egli sostiene la necessità di uno Stato che si identifichi con il popolo e in cui il concetto di uomo e quello di cittadino coincidano. Ma la dottrina politica che finisce con il prevalere nell'età illuministica è quella, sostenuta da Voltaire, del dispotismo illuminato, fondato sulla collaborazione tra la monarchia e i Philosophes e considerato l'unico sistema che possa garantire, mediante le riforme, gli interessi della ricca e colta borghesia in uno Stato dove, secondo Federico II di Prussia, il principe deve essere il primo servitore dei suoi sudditi.
Disposto ad abolire i privilegi aristocratici ed ecclesiastici, ma non a riconoscere il diritto di eguaglianza alla "canaglia", Voltaire pensa che il genere umano non possa sussistere senza un gran numero di uomini che non posseggono nulla.
Va però riconosciuto che, in quanto fa appello alla ragione, tutto il movimento illuministico è potenzialmente democratico e, d'altra parte, la diffidenza verso il popolo si spiega storicamente se si tiene conto delle condizioni di ignoranza, di arretratezza, di subordinazione alle forze reazionarie in cui versava il popolo in quel tempo; occorre anche ricordare che è stato l'illuminismo a gettare le basi di società future più giuste.
Si può dire che il baricentro filosofico europeo si trovò in Inghilterra nella prima metà del Settecento, in Francia alla metà del Settecento e in Germania verso la fine del secolo.
Alcune linee di pensiero furono comuni a molti illuministi francesi quali Montesquieu, Voltaire e Rousseau.
1) - La Rivolta contro il Potere Costituito.
2) - Il Razionalismo.
3) - Il Pensiero dell'Illuminismo.
4) - L'Ottimismo Culturale.
5) - Il Ritorno alla Natura.
6) - Il Cristianesimo Umanizzato.
7) - I Diritti Umani.
La Rivolta contro il Potere Costituito
Molti illuministi francesi si recarono in Inghilterra (sotto molti punti di vista, era molto più tollerante e liberale della Francia), e rimasero affascinati dalla scienza naturale inglese, soprattutto dalla fisica universale di Newton. Trassero anche grande ispirazione dalla filosofia inglese, specialmente dalle teorie di Locke. Tornati in Francia, dichiararono guerra alle vecchie autorità. Secondo loro era fondamentale assumere un atteggiamento scettico verso tutte le verità tramandate: ogni individuo doveva trovare da solo le risposte a tutte le domande, e qui appare l'influsso di Cartesio. La rivolta contro l'autorità voleva dire la rivolta contro lo strapotere della Chiesa, del re e dell'aristocrazia, istituzioni che nel Settecento, erano molto più potenti in Francia che in Inghilterra.
Il Razionalismo
Analogamente agli umanisti dell'antichità come Socrate e gli stoici, i filosofi illuministi nutrivano una fede incrollabile nella ragione umana. Questa caratteristica fu così pregnante che molti definirono l'illuminismo francese "razionalismo". La nuova scienza naturale aveva rivelato che la natura era ordinata razionalmente, per cui il compito che si assunsero i filosofi illuministi fu porre le basi per un'etica, una religione e una morale conformi all'immutabile ragione umana.
Di qui si fa strada un vero e proprio pensiero illuminista. Ampi strati della popolazione dovevano essere "illuminati", questo era il presupposto fondamentale per la creazione di una società migliore. Si pensava infatti che lo stato di bisogno e di oppressione in cui versava il popolo fosse dovuto all'ignoranza e alla superstizione: venne quindi data grande importanza all'educazione dei bambini e degli adulti. Non è un caso che la "Pedagogia" come scienza sia nata proprio nel periodo illuminista. Il monumento al pensiero illuminista fu "L'Encyclopédie" che venne pubblicata in 28 volumi dal 1751 al 1772, con l'apporto di tutti i maggiori filosofi illuministi. Qui è possibile trovare di tutto, si diceva. Dal modo di fabbricare un ago a come si fonde un cannone.
L'Ottimismo Culturale
Secondo i filosofi illuministi, non appena la ragione e il sapere si fossero diffusi l'umanità avrebbe fatto grandi progressi. Era soltanto una questione di tempo, e poi l'irrazionalità e l'ignoranza avrebbero ceduto il passo all'umanità illuminata. Questo modo di pensare ha dominato tutta l'Europa occidentale fino a qualche decennio fa: oggi non siamo più così convinti che tutto lo "sviluppo" abbia fine positivo. Bisogna notare però che la critica verso la "civiltà" venne già sostenuta da alcuni filosofi illuministi.
Ritorno alla Natura
Ritornare alla natura fu il loro motto, anche se con "natura" essi intendevano qualcosa di anomalo a "ragione" perché la ragione umana - al contrario della Chiesa e della civiltà - è data all'uomo dalla natura. Si arrivò a sostenere che i popoli primitivi erano spesso più sani e felici di quelli europei, proprio perché non erano stati civilizzati.
Fu Rousseau ad affermare che "bisogna tornare alla natura" perché la è buona e l'uomo lo è altrettanto "di natura". Il male invece si trova nella società, nelle istituzioni. Secondo Rousseau, il bambino deve poter vivere nel suo stato di innocenza "naturale" il più a lungo possibile.
Si può dire che il riconoscimento di un valore proprio dell'infanzia venga soltanto con l'illuminismo. Prima essa veniva semplicemente considerata uno stadio preparatorio alla vita adulta. Ma siamo esseri umani e viviamo la nostra esistenza sulla Terra anche quando siamo bambini. Anche la religione doveva essere conforme alla ragione "naturale" umana. Numerosi furono i pensatori che lottarono per quella che potrebbe essere chiamata una "concezione umanizzata del cristianesimo". C'erano ovviamente anche molti materialisti coerenti che non credevano in Dio e si proclamavano atei; tuttavia per la maggior parte dei filosofi illuministi, era irrazionale pensare a un mondo senza Dio perché l'universo era ordinato razionalmente (un pensiero, questo, condiviso anche da Newton). In modo analogo si considerava ragionevole credere nell'immortalità dell'anima: come per Cartesio, la questione riguardava la ragione più che la fede.
Secondo l'illuminismo, il cristianesimo doveva essere depurato di tutti quei dogmi irragionevoli che erano stati aggiunti alla predicazione di Cristo nel corso della storia della Chiesa.
Molti aderirono al cosiddetto "deismo". È una concezione secondo la quale Dio creò l'universo molto, molto tempo fa, e da allora non si è rivelato al mondo, Dio si riduce così a una "creatura superiore" che si manifesta agli uomini attraverso la natura e le sue leggi, e non in modo "sovrannaturale". Avevamo incontrato un "Dio filosofico" già in Aristotele: per lui Dio era la "causa prima" o il "primo motore dell'universo".
DIRITTI UMANI
In generale si può dire che la filosofia illuministica francese era più rivolta alla pratica di quella inglese, cioè agirono partendo dalle loro conclusioni filosofiche. I francesi non si accontentarono di formulare teorie sul posto che l'uomo deve occupare nella società, ma lottarono per quelli che chiamavano i "diritti naturali" dei cittadini. Anzitutto si schierarono contro la censura e a favore della libertà di stampa. Al singolo doveva essere garantito il diritto di pensare e di poter esprimere liberamente le proprie opinioni in campo religioso, morale e politico. Ma lottarono anche per abolire la schiavitù dei negri e per far riservare un trattamento più umano ai carcerati.
Il principio dell'inviolabilità dell'individuo fu messo per iscritto nella "Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino" che venne approvata dall'Assemblea Nazionale nel 1789 e che è alla base della Costituzione Norvegese del 1814.
I filosofi illuministi volevano fissare certi diritti che, a loro parere, spettano a tutti gli esseri umani, in virtù del fatto che sono nati uomini. Tuttora singoli individui o gruppi etnici si appellano a questi diritti naturali per opporsi ai soprusi, alla schiavitù e all'oppressione.
La Rivoluzione del 1789 fissò un certo numero di diritti validi per tutti i "cittadini", ma con questo termine si faceva riferimento a quelli di sesso maschile. Tuttavia proprio durante la Rivoluzione francese si hanno i primi esempi di lotta per la parità delle donne.
Già nel 1787 il filosofo illuminista Condorcet aveva pubblicato un'opera nella quale sosteneva che la donna deve avere gli stessi diritti naturali degli uomini. Nella Rivoluzione del 1789 le donne furono molto attive: la folla che il 5 e il 6 ottobre 1789 marciò sulla reggia di Versailles, costringendo il re a una fuga precipitosa verso il palazzo delle Tuileries, era composta principalmente da donne. A Parigi, poi, si costituirono numerosi gruppi di donne, i quali, oltre alla richiesta di vedersi riconosciuti gli stessi diritti degli uomini, rivendicavano anche cambiamenti nelle leggi che regolavano il matrimonio e i rapporti sociali delle donne. Come succederà spesso anche in seguito, la questione dei diritti delle donne fu sollevata nel corso di una rivoluzione: non appena tutto tornò a posto, secondo un nuovo ordine, riprese il vecchio predominio maschilista.
Nel 1791 (due anni dopo la rivoluzione) una donna molto attiva sul fronte dell'uguaglianza dei diritti; Marie-Olympe de Gouges (1775-1793), scrittrice, ebbe un ruolo di grande importanza durante la Rivoluzione francese, soprattutto grazie a numerosi opuscoli sulle questioni sociali e a una serie di opere teatrali. Nel 1791 pubblicò "La Dichiarazione sui Diritti della Donna". Fu ghigliottinata nel 1793 perché aveva osato difendere Luigi XVI e attaccare Robespierre.
Nella sua dichiarazione si esigeva la parità dei diritti tra uomo e donna. Quella sui "diritti dell'uomo e del cittadino" non conteneva alcun articolo sui diritti naturali delle donne.
Da allora l'attività politica fu proibita alle donne. Soltanto nell'Ottocento le donne europee cominciarono davvero a combattere per i loro diritti e a poco a poco questa lotta diede i suoi frutti.
Ma in Norvegia, per esempio, le donne non ottennero il diritto di voto prima del 1913 e tuttora in molti Paesi le donne hanno ancora molte cose per cui lottare. Va sottolineata l'importanza che la filosofia illuministica francese ha avuto per gli ideali e i principi su cui venne fondato l'ONU. Duecento anni fa il motto "Libertà, Uguaglianza e Fraternità" contribuì a unire la borghesia francese. Oggi le stesse parole devono legare tutto il mondo.
Illuminismo - le idee immortali che parlano al nostro tempo. Difendere quei valori significa anche liberarli da alcuni dogmatismi: è sbagliato, per esempio, imporre la tolleranza con la forza.
L'intolleranza, il fanatismo e l'oscurantismo, che sono i tradizionali nemici dell'illuminismo, conquistano ogni giorno nuovi spazi. Difendere l'illuminismo significa anche criticarlo. Gli irrigidimenti e gli stravolgimenti del progetto illuminista vanno combattuti, perché certo dogmatismo si ritorce inevitabilmente contro l'illuminismo stesso.
La scienza è certamente figlia dell'illuminismo, perché incarna la nostra liberazione dal peso delle tradizioni e delle credenze. Ma quando essa vuole essere padrona del mondo, quando pretende di dettare le finalità della società, allora le sue conseguenze diventano negative. La scienza che diventa scientismo, proponendosi come una regola morale della società, può avere effetti disastrosi. Un'altra deriva pericolosa è quella di chi, in nome dell'universalismo, pensa di poter imporre con la forza un ideale generoso come quello dell'illuminismo. In passato, lo pensava il dispotismo illuminato, che impediva al popolo di fare le proprie scelte. Oggi, lo pensano coloro che s'illudono d'imporre la democrazia e la tolleranza con la forza. L'illuminismo invita gli uomini a formulare e a scegliere da soli le norme a cui aderire. Questo passaggio dalla sottomissione all'emancipazione rappresenta una svolta senza precedenti, che ancora oggi è bene tenere a mente.
L'Europa è un continente frammentario, con molti stati, ciascuno con le proprie tradizioni, culture e religioni. Sono mondi simili, ma differenti. Per Hume, tale pluralismo ha abituato gli europei all'osservazione e alla critica degli altri, ma anche di se stessi. Inoltre, nella tradizione europea c'è un riconoscimento dell'individuo all'interno della società. Ciò ha consentitola nascita della democrazia, che è figlia dell'illuminismo, vale a dire un ordine politico che riconosce contemporaneamente l'autonomia del popolo e quella dell'individuo. Il progetto illuminista non è monolitico. Al suo interno si discute molto e le posizioni sono spesso distanti. All'epoca, ad esempio, Rousseau era percepito come un nemico degli enciclopedisti. Anche Gian Battista Vico era considerato un anticartesiano, quindi lontano dai principi dell'illuminismo.
Dal principio d'autonomia che rifiuta le tutele esterne deriva la critica della religione, intesa come forza che controlla lo spazio sociale. Voltaire, infatti attacca la Chiesa perché è un'istituzione che tortura e condanna chi si allontana dal dogma. Egli però non è ateo. Come non lo sono Lessing, Kant o Rousseau, il quale ad esempio combatte contro il materialismo determinista di chi nega la dimensione spirituale dell'uomo. Per gli illuministi, che spesso si rifanno alla religione naturale, è però importante liberare la società dalla tutela delle religioni, sul terreno della conoscenza, che deve essere sempre libera, come su quello dell'educazione o della giustizia. In pratica, preparano la separazione tra Stato e Chiesa. Per quanto riguarda la religione come esperienza interiore, essi difendono la più completa tolleranza religiosa.
Per gli illuministi, tutte le religioni vanno rispettate. Per loro non esiste più un'unica religione data da Dio una volta per tutte. Essi affermano la libertà di scelta e di coscienza. Nel mondo esistono numerose credenze e tutte meritano rispetto.
L'illuminismo si oppone sempre al fanatismo religioso. Chi vuol impedire la critica alle religioni va contro un principio fondamentale dell'illuminismo, per il quale tutto deve poter essere criticato. Tuttavia, lo stesso illuminismo ci insegna che non possiamo imporre i nostri valori agli altri con la violenza, perché ciò significa rifiutare agli altri quella libertà che rivendichiamo per noi stessi.
La libertà di coscienza non può essere imposta senza domandarsi cosa pensino gli altri. All'intolleranza si risponde con la tolleranza. È una posizione difficile, ma è la sola coerente. Non possiamo comportarci come coloro che condanniamo. Ciò è purtroppo avvenuto molte volte in passato. Anche nel secolo dei lumi, quando gli europei nelle colonie non rispettavano assolutamente i principi di libertà e uguaglianza proclamati nei loro paesi, mantenendo i colonizzati in uno stato di inferiorità.
- Illuminismo - le idee immortali che parlano al nostro tempo. Difendere quei valori significa anche liberarli da alcuni dogmatismi: è sbagliato, per esempio, imporre la tolleranza con la forza.
- L'intolleranza, il fanatismo e l'oscurantismo, che sono i tradizionali nemici dell'illuminismo, conquistano ogni giorno nuovi spazi. Difendere l'illuminismo significa anche criticarlo. Gli irrigidimenti e gli stravolgimenti del progetto illuminista vanno combattuti, perché certo dogmatismo si ritorce inevitabilmente contro l'illuminismo stesso.
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- La scienza è certamente figlia dell'illuminismo, perché incarna la nostra liberazione dal peso delle tradizioni e delle credenze. Ma quando essa vuole essere padrona del mondo, quando pretende di dettare le finalità della società, allora le sue conseguenze diventano negative. La scienza che diventa scientismo, proponendosi come unica regola morale della società, può avere effetti disastrosi. Un'altra deriva pericolosa è quella di chi, in nome dell'universalismo, pensa di poter imporre con la forza un ideale generoso come quello dell'illuminismo. In passato, lo pensava il dispotismo illuminato, che impediva al popolo di fare le proprie scelte. Oggi, lo pensano coloro che s'illudono d'imporre la democrazia e la tolleranza con la forza.
- L'illuminismo invita gli uomini a formulare e a scegliere da soli le norme a cui aderire. Questo passaggio dalla sottomissione all'emancipazione rappresenta una scelta senza precedenti, che ancora oggi è bene tenere a mente.
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- L'Europa è un continente frammentario, con molti stati, ciascuno con le proprie tradizioni, culture e religioni. Sono mondi simili, ma differenti. Per Hume, tale pluralismo ha abituato gli europei all'osservazione e alla critica degli altri, ma anche di se stessi. Inoltre, nella tradizione europea c'è un riconoscimento dell'individuo all'interno della società. Ciò ha consentito la nascita della democrazia, che è figlia dell'illuminismo, vale a dire un ordine politico che riconosce contemporaneamente l'autonomia del popolo e quella dell'individuo. Il progetto illuminista non è monolitico. Al suo interno si discute molto e le posizioni sono spesso distanti. All'epoca, ad esempio, Rousseau era percepito come un nemico degli enciclopedisti. Anche Gian Battista Vico era considerato un anticartesiano, quindi lontano dai principi dell'illuminismo.
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- Dal principio d'autonomia che rifiuta le tutele esterne deriva le critica della religione, intesa come forza che controlla lo spazio sociale. Voltaire, infatti, attacca la Chiesa perché è un'istituzione che tortura e condanna che si allontana dal dogma. Egli però non è ateo. Come non lo sono Lessing, Kant o Rousseau, il quale ad esempio combatte contro il materialismo determinista di chi nega la dimensione spirituale dell'uomo. Per gli illuministi, che spesso si rifanno alla religione naturale, è però importante liberare la società dalla tutela delle religioni, sul terreno della conoscenza, che dev'essere sempre libera, come su quello dell'educazione o della giustizia. In pratica, preparano la separazione tra Stato e Chiesa. Per quanto riguarda la religione come esperienza interiore, essi difendono la più completa tolleranza religiosa.
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- Per gli illuministi tutte le religioni vanno rispettate. Per loro non esiste più un'unica religione data da un Dio una volta per tutte. Essi affermano la libertà di scelta e di coscienza. Nel mondo esistono numerose credenze e tutte meritano rispetto.
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- L'illuminismo si oppone sempre al fanatismo religioso. Chi vuole impedire la critica alle religioni va contro il principio fondamentale dell'illuminismo, per il quale tutto deve poter essere criticato. Tuttavia, lo stesso illuminismo ci insegna che non possiamo imporre i nostri valori agli altri con la violenza, perché ciò significa rifiutare agli altri quella libertà che rivendichiamo per noi stessi. La libertà di coscienza non può essere imposta senza domandarsi cosa pensino gli altri. All'intolleranza si risponde con la tolleranza. È una posizione difficile, ma è la sola coerente. Non possiamo comportarci come coloro che condanniamo. Ciò purtroppo è avvenuto molte volte in passato. Anche nel secolo dei lumi, quando gli europei nelle colonie non rispettavano assolutamente i principi di libertà e uguaglianza proclamati nei loro paesi, mantenendo i colonizzati in uno stato d'inferiorità.
Il ROMANTICISMO
Si può definire l'ultima grande epoca culturale europea. Il Romanticismo è un complesso movimento culturale che improntò il pensiero, le lettere, le arti e il costume dell'Europa. Cominciò alla fine del Settecento e si protrasse fino alla metà dell'Ottocento. Il termine romantic, usato per la prima volta nell'Inghilterra del Seicento in senso spregiativo per indicare cose "romanzesche", fuori della realtà, venne assunto da J.G.Herder come sinonimo di "medievale" e da Novalis come equivalente di "poetico" (in tedesco, Romantik) e divenne il vessillo della nuova scuola che in antitesi al Classicismo, si ricollegò al Medioevo.
Diffusosi dalla Germania in tutta Europa, il Romanticismo assunse caratteristiche diverse nei vari Paesi, adeguandosi alle particolari esigenze storico - culturali di ogni realtà nazionale.
In Inghilterra il primo "manifesto" romantico è il programma premesso da W. Wordsworth e S.T. Coleridge alle Ballate liriche (1798), anche se già da tempo circolava in Europa la voga del romanzo sepolcrale inglese e dell'ossianismo. G. G. Byron, P.B.Shelley, J.Keats furono i maggiori poeti romantici inglesi e W. Scott diffuse in Europa la voga del romanzo storico.
In Francia fu l'opera Della Germania (1813) di M.me de Stael a divulgare le nuove teorie romantiche. Anticipato da F.R. de Chateaubriand, il Romanticismo francese si raccolse intorno al cenacolo di C. Nodier, al "salotto rosso" di V. Hugo e all' "atelier" di T. Gautier.
Con Hugo, caposcuola del movimento e autore della celebre prefazione al Cromwell (1827), "manifesto" della nuova scuola, i maggiori esponenti del Romanticismo francese furono A.de Lamartine, A. de Vigny, A. de Musset, G. de Nerval. In Italia, infine, la poetica romantica si affermò intorno al 1816 con le polemiche sorte intorno alla pubblicazione sulla Biblioteca italiana di Milano, di un articolo di M.me de Stael Sull'utilità delle traduzioni.
La polemica classico - romantica, accesasi subito dopo, vide schierarsi in difesa del Classicismo V. Monti e P. Giordani e a favore delle nuove teorie un gruppo di scrittori raccolti intorno al Conciliatore, che pubblicarono una serie di "manifesti", il più noto dei quali è la Lettera semiseria di Grisostomo di G. Berchet (1816). La tendenza prevalente del Romanticismo italiano fu quella realistica, culminante nell'opera narrativa di A. Manzoni e di I. Nievo e nella poesia dialettale di C. Porta. e di G. Belli. Complessivamente modesti furono invece gli esiti della poesia sentimentale (a parte la solitaria e grandiosa esperienza di G. Leopardi, che oltrepassa tuttavia i limiti del Romanticismo), destinati a decadere nella lirica dolciastra e lacrimosa del "secondo Romanticismo". Dopo il 1850 non ha più senso parlare di epoche che abbracciano la poesia, la filosofia, l'arte, la scienza e la musica. Rappresentò l'ultimo "atteggiamento comune" nei confronti dell'esistenza. Nacque in Germania come reazione all'esasperato culto illuministico della ragione.
Dopo Kant, i giovani tedeschi sembravano respirare più liberamente. Le nuove parole d'ordine furono "sentimento", "fantasia", "nostalgia". Anche alcuni pensatori illuministi, tra i quali Rousseau, avevano sostenuto l'importanza dei sentimenti, criticando il peso eccessivo dato alla ragione. Nel Romanticismo, ogni singolo individuo aveva, per così dire, via libera per una personale interpretazione dell'esistenza. I romantici professavano uno sfrenato "culto dell'io".
E quintessenza della personalità romantica apparve il genio artistico. Ci sono molti punti in comune tra il Rinascimento e il Romanticismo e uno è il grande peso che viene dato all'arte ai fini della conoscenza umana. Nel Romanticismo, ogni singolo individuo aveva via libera per una personale interpretazione dell'esistenza. I romantici professavano uno sfrenato culto dell'io. Quintessenza della personalità romantica apparve il genio artistico. Già Kant aveva affermato che il genio è l'artista che innova, che produce la sua opera in modo originale.
Ci sono molti punti in comune tra il Rinascimento e il Romanticismo, e uno è il grande peso che viene dato all'arte ai fini della conoscenza umana. Anche qui Kant era stato un precursore: nella sua Critica del giudizio aveva cercato di spiegare che cosa avviene allorché contempliamo qualcosa di bello, per esempio un'opera d'arte. Quando ci accostiamo a essa senza altri interessi se non quello di sentirla il più profondamente possibile, allora oltrepassiamo i limiti di ciò che noi possiamo sapere, i limiti cioè della nostra ragione. L'artista è in grado di trasmetterci qualcosa che i filosofi non possono esprimere. Questa era l'idea di Kant e, con lui, dei romantici. Secondo Kant l'artista gioca liberamente con la sua facoltà conoscitiva.
Il poeta tedesco Friedrich Schiller sviluppò ulteriormente il pensiero di Kant: l'attività dell'artista per lui è come un gioco, e solo quando l'essere umano gioca è libero perché è lui a creare le proprie leggi. Secondo i romantici, soltanto l'arte ci può avvicinare all'ineffabile. Si attribuì all'artista una forza immaginativa in grado di creare il mondo. Nella sua estasi artistica poteva sentire che la divisione tra sogno e realtà scompariva. Novalis, uno dei giovani geni romantici, disse che il mondo diventa sogno, e il sogno diventa mondo.
Il desiderio, la nostalgia, di qualcosa di lontano e di irraggiungibile fu tipico dei romantici. Potevano anche anelare a un tempo passato, per esempio al Medioevo, che venne prepotentemente rivalutato rispetto al giudizio negativo espresso dagli illuministi. I romantici sentivano inoltre il desiderio e la nostalgia per le culture lontane, come per l'Oriente e il suo misticismo. E del pari si sentivano attratti dalla notte, dall'alba, dalle antiche rovine e dal soprannaturale.
Erano affascinati dai lati oscuri dell'esistenza, cioè da tutto ciò che è buio, misterioso, ossessivo. Il Romanticismo fu innanzitutto un fenomeno cittadino: nella prima metà dell'800 si sviluppò una fiorente cultura in molte città europee, soprattutto in Germania.
I tipici "romantici" erano giovani, molto spesso studenti, avevano un atteggiamento di vita spiccatamente "antiborghese" e giudicavano per esempio i padroni di casa e i difensori dell'ordine costituito "piccolo borghesi", "filistei" o più semplicemente "nemici".
Si potrebbe definire il Romanticismo - almeno nella sua prima fase, agli inizi dell'800 - come il primo movimento giovanile di rivolta in Europa: furono molti i punti in comune con la cultura hippie che nacque più di centocinquant'anni dopo. Si diceva che l'ozio è l'ideale del genio e l'indolenza la virtù romantica. Il dovere per i romantici era vivere profondamente la vita o allontanarsene sognando un'altra realtà. Il commercio e le faccende di tutti i giorni erano cose da piccolo borghesi. Gli amori trasognati erano tipici del Romanticismo. Novalis si fidanzò con una giovane di appena quattordici anni, che però morì quattro giorni dopo aver compiuto quindici anni. Novalis continuò ad amarla per tutta la sua breve vita, infatti morì a ventinove anni.
Molti romantici morirono in giovane età, soprattutto di tubercolosi. Alcuni si suicidarono. Quelli che invecchiarono, verso i trent'anni abbandonarono le idee romantiche e diventarono in molti casi borghesi e conservatori. Il tema dell'amore irraggiungibile venne già introdotto da W. Goethe nel suo romanzo epistolare "I dolori del giovane Werther", pubblicato nel 1774. Questo libro si conclude con la morte del protagonista, che si spara perché non può avere colei che ama.
Fu dimostrato che il numero dei suicidi aumentò dopo la comparsa del romanzo, che per questo motivo venne proibito per un certo periodo di tempo in Danimarca e in Norvegia. Non era poi così innocuo essere romantici: entravano in gioco sentimenti molto forti. Uno dei tratti più importanti del Romanticismo fu l'anelito verso la natura e la sua mistica. Come detto, il Romanticismo fu un fenomeno cittadino e difatti questo sentimento della natura nasce più facilmente in città che in campagna. Il Romanticismo rappresentò anche una reazione all'universo meccanicistico dell'illuminismo e a ragione molti hanno visto nel Romanticismo la rinascita dell'antico senso cosmico, cioè la natura considerata una totalità. In questo i romantici si riallacciarono a Spinoza, ma anche a Plotino e ai filosofi rinascimentali come Jacob Bohme e Giordano Bruno.
Comune a tutti loro era il fatto che sentissero un "io" divino nella natura. Cartesio e Hume avevano nettamente distinto l'io da una parte e la natura "estesa" dall'altra. Anche Kant aveva separato l'io conoscente e la natura "in se". Usarono anche le espressioni "anima del mondo" o "spirito del mondo". Il filosofo più influente fu Schelling, che visse tra il 1775 e il 1854. Schelling cercò di abolire la distinzione tra "spirito" e "materia": secondo lui tutta la natura, cioè sia l'anima umana sia la realtà fisica, è espressione di un solo Dio o "spirito del mondo".
La natura è lo spirito visibile, lo spirito è la natura invisibile, disse, affermando che nella natura possiamo intuire uno "spirito strutturante". Sostenne anche che "la materia è un'intelligenza sopita". Schelling vedeva nella natura uno "spirito del mondo", uno spirito che scorgeva anche nella coscienza umana. Sotto questo punto di vista la natura e la coscienza umana sono in realtà espressione della stessa cosa. Lo "spirito del mondo" può essere ricercato sia nella natura sia nella nostra anima: per questo Novalis poté affermare che "la via misteriosa va verso l'interno".
Secondo lui l'essere umano porta dentro di sé tutto l'universo e l'uomo può fare esperienza vissuta del mistero del mondo penetrando in se stesso. Per molti romantici, la filosofia, la ricerca della natura e la poesia confluivano in un'unità più elevata: scrivere poesie chiusi nella propria stanza o studiare la vita dei fiori e la composizione delle pietre erano aspetti della stessa cosa, perché la natura non è un meccanismo morto, bensì uno "spirito del mondo vivo".
Il naturalista Henrik Steffens, nato in Norvegia ma trapiantato in Germania, si recò nel 1801 a Copenaghen per tenere alcune lezioni sul Romanticismo tedesco.
Steffens definì il movimento romantico con queste parole: "Stanchi dell'eterno tentativo di penetrare con la forza nella materia, scegliemmo un'altra strada per avvicinarci rapidamente all'infinito. Entrammo in noi stessi e creammo un nuovo mondo". Schelling pensava anche a un'evoluzione della natura che, partendo dalla terra e dai sassi, arrivava alla consapevolezza umana. Mostrò che, attraverso vari passaggi, si va gradualmente dalla natura inanimata a forme di vita sempre più complesse. Nella concezione romantica, la natura veniva considerata come un organismo, cioè una totalità che sviluppa continuamente le proprie possibilità: la natura è come un fiore che apre le foglie e i petali o come un poeta che crea le sue poesie.
La filosofia naturale romantica aveva connotazioni sia aristoteliche sia neoplatoniche. Aristotele aveva una visione più organica dei processi naturali di quella meccanica dei materialisti. Troviamo considerazioni analoghe anche in una nuova concezione della storia.
Il filosofo Johann Gottfried Herder, che visse tra il 1744 e il 1803, ebbe grande importanza per i romantici. Secondo lui, anche il corso della storia è il risultato di un processo orientato verso un fine. Per questo diciamo che ebbe una concezione dinamica della storia. I filosofi dell'Illuminismo avevano avuto per lo più una visione "statica" della storia: per loro esisteva una ragione universale che poteva essere più o meno presente nelle diverse epoche. Herder affermò che ogni epoca storica possiede un suo valore intrinseco. Analogamente, ogni popolo possiede caratteristiche distintive, "un'anima popolare". La questione è se e come possiamo calarci in altri tempi e culture.
Se vogliamo capire meglio la situazione di un'altra persona, dobbiamo immedesimarci in lei: la stessa cosa andava fatta per le altre culture. Oggi è diventata quasi una cosa ovvia, ma nel periodo romantico era una nozione nuova. Il Romanticismo contribuì anche a rafforzare il sentimento di identità nazionale. Non a caso la lotta per l'indipendenza nazionale norvegese si scatenò intorno al 1814. Si suole distinguere tra due forme di Romanticismo.
Parliamo di Romanticismo universale, includendo in questo termine l'interesse per la natura, l'anima del mondo, il genio artistico. Questa forma di Romanticismo fu cronologicamente la prima ed ebbe la sua massima fioritura nella città tedesca di Jena, intorno all'anno 1800.
L'altra forma fu quella chiamata Romanticismo nazionale che si sviluppò più tardi ed ebbe il suo centro a Heidelberg, sempre in Germania. I "nazional - romantici" si occuparono in particolare della storia, della lingua e della cultura "popolari" perché anche il "popolo" veniva considerato un organismo che sviluppa le proprie possibilità, esattamente come avviene per la natura e la storia.
Ciò che collega queste due forme di Romanticismo è la parola chiave "organismo". I romantici consideravano una pianta e un popolo come organismi viventi. Lo stesso valeva per una poesia, per una lingua e anche per l'intera natura. Non esistono profonde differenze tra il Romanticismo nazionale e quello universale. Lo spirito del mondo era presente sia nel popolo sia nella cultura popolare, nella natura e nell'arte. Già Herder aveva raccolto canti popolari provenienti da tutto il mondo, dando alla sua raccolta il significativo titolo: Le voci dei popoli in canti. Ecco: definì la poesia popolare la "lingua madre dei popoli". A Heidelberg si cominciarono a raccogliere canti e fiabe popolari: "Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Hansel e Gretel," e molte, molte altre. Musicisti di tutta Europa cominciarono a servirsi nelle loro composizioni di motivi musicali popolari: in questo modo cercarono di gettare un ponte tra la musica popolare e quella d'autore.
Nella musica popolare è quasi impossibile identificare un compositore: essendo legata a occasioni private o sociali - come i canti di lavoro e quelli eseguiti durante le feste -, è nata dal popolo ed è stata tramandata senza che nessuno si sia mai preoccupato di darle una forma definitiva; la musica d'autore invece è stata composta da una determinata persona, ed è stata scritta in modo preciso e compiuto. Una distinzione analoga si può fare tra fiabe popolari e fiabe d'autore.
La fiaba rappresentò l'ideale letterario dei romantici, come il teatro fu la forma d'arte prediletta dal Barocco. Essa dava la massima libertà al poeta di giocare con la propria capacità creativa.
I filosofi del Romanticismo concepivano lo spirito del mondo come un io che, in uno stato più o meno onirico, crea le cose del mondo. Il filosofo Johann Gottlieb Fichte affermò che la natura ha origine da un'attività rappresentativa superiore e Nicosia. Schelling disse senza mezzi termini che il mondo è in Dio. Dio non è cosciente di tutto, esistono anche aspetti della natura che rappresentano l'inconscio in Dio, perché anche Dio ha un "lato oscuro".
"Il pensiero mi atterrisce e mi affascina al contempo" diceva Berkeley. Quasi allo stesso modo si concepiva il rapporto fra il poeta e la sua opera. La fiaba dava al poeta la possibilità di giocare con la sua forza d'immaginazione creatrice di mondi. L'atto creativo non era sempre consapevole: Il poeta poteva sentire che la storia che stava scrivendo nasceva dall'impulso di una forza intima. Mentre scriveva, poteva sentirsi quasi in uno stato ipnotico. Ma di colpo poteva anche rompere quell'illusione, intervenendo nella storia con piccoli commenti ironici rivolti al lettore in modo da rammentare per un attimo a quest'ultimo che la fiaba era una fiaba. In questo modo, il poeta poteva ricordare al lettore che anche la sua stessa esistenza era una fiaba.
Questo modo di rompere l'illusione viene chiamato "ironia romantica". Ibsen fece per esempio dire a uno dei personaggi di Peer Gynt che "non si muore nel quinto atto". Con questa battuta il personaggio afferma di essere soltanto frutto dalla fantasia.
Nella pittura Géricault e Delacroix, sono considerati i maggiori rappresentanti del Romanticismo pittorico, ma anche l'intimismo di Corot, dei paesaggisti di Barbizon e l'appassionata satira politica di Daumier nacquero da una consapevole polemica contro la poetica dell'accademia classica.
Possono ricordarsi in Italia, oltre ai puristi, F. Hayez e G. Carnevali; in Spagna i modesti seguaci di F. Goya, L. Alenza y Nieto e R. Esteve y Vitella: in Gran Bretagna D. Scott; in Germania A. Rethel.
Nella musica i protagonisti della prima generazione romantica sono correntemente considerati i compositori attivi a partire dal secondo decennio dell'800, da C.M. Weber a F. Schubert, a R. Schumann, F Mendelsshon, F. Chopin, H. Berlioz, F. Liszt.




















